domenica 18 dicembre 2022

 LA VERSILIA DEGLI ANNI RUGGENTI:  I LOCALI DA BALLO

E alla notte quando già gli ombrelloni sono chiusi e le luci degli stabilimenti balneari spente, e i ristoranti già pensano al menù del domani, esplodeva la vita notturna versiliese, fatta di ritrovi, sale da ballo, discoteche che hanno contrassegnato non solo la storia dello spettacolo ma anche quella della musica leggera in Italia. La Bussola, aperta da Sergio Bernardini nel 1955 sul lungomare di Marina di Pietrasanta, presso la località Le Focette è stata, insieme alla Capannina di Franceschi a Forte dei Marmi, uno dei locali più popolari della Versilia. Inaugurata da un concerto di Renato Carosone innumerevoli gli artisti, italiani e stranieri, che si sono succeduti sul suo palco, che quasi diventa impossibile ricordarli e nominarli tutti. A titolo esemplificativo cito i nomi dei cantanti, presi da un manifesto dell'epoca, che andarono in scena in una normale settimana di programmazione, dal 3 al 10 agosto 1975: Mia Martini, Patty Pravo, Franco Califano, Ornella Vannoni, Renato Carosone e infine domenica 10 agosto Fabrizio De Andrè. Una citazione a parte per Mina, che tenne una serie di concerti tra il 1962 e il 1978, memorabili se ancora oggi digitando il suo nome sulla piattaforma You Tube apparirà un suo live dalla Bussola del 1972, aperto, nella sua inconfondibile voce, da un'indimenticata canzone di Battisti e Mogol: Io vivrò, senza te …

E ancora più sostanziosa la presenza di artisti internazionali: da Aretha Franklin a Ray Charles, da Ella Fitzgerald a Miles Davis, da Louis Armstrong a Shirley Bassey, da Charles  Aznavour a Gloria Gaynor. E poi Joséphine Baker, Tom Jones, Wilson Pickett, Duke Ellington, Chet Baker, João Gilberto, e altri che quasi sembra di sfogliare un Bignami della musica leggera internazionale.

Fra le varie iniziative che Sergio Bernardini operò nel tempo, ridefinizione del locale e del suo ambito, ristrutturazioni, aperture di spazi collaterali, ricordiamo Bussoladomani, uno spazio più grande, situato vicino alla stessa Bussola, nella frazione di Lido di Camaiore. Aperto nel 1976 aveva una programmazione solo estiva ed era costituito da una tendostruttura. Era stato progettato per concerti aperti a un pubblico più numeroso, seguendo l'evoluzione del tempo dove l'esigenza di ospitare platee più vaste, con costi più contenuti, si univa a una maggiore mobilità nella scia di quelle vacanze di massa che richiamavano un pubblico sempre più numeroso e gli eventi musicali riuscivano a radunare migliaia di spettatori. Anche qui l'elenco degli artisti è impressionante: Joe Cocker, Frank Zappa, Gilbert Bécaud, Barry White, Liza Minnelli, Renato Zero, James Brown, Dionne Warwick, Adriano Celentano e tanti altri tra i quali, naturalmente, Mina che su quel palco tenne l'ultimo suo concerto dal vivo: era il 23 agosto 1978. Bussoladomani successivamente fu chiusa, nel volgere dei tempi e degli eventi, e il tendone demolito nel 2000.

E insieme alla Bussola ricordiamo La Capannina di Franceschi a Forte Dei Marmi, nata nel 1929 per iniziativa di Achille Franceschi che trasformò un vecchio capanno sulla spiaggia in locale con servizio di bevande e pasticcini, e dotandolo di tavolini sui quali gli avventori si intrattenevano, spesso seguendo la moda del tempo di giocare a carte, con un grammofono a manovella ad allietare l'atmosfera. Il locale riscosse un immediato successo iniziando così la sua trionfale marcia, insieme a quella di Forte dei Marmi, imponendosi come meta turistica prestigiosa ed elitaria.

Nel luglio 1965 sul lungomare di Viareggio a confine con il territorio di Lido di Camaiore apre, come succursale di quello più noto e già famoso di Roma, il Piper. Sorge sulla chiusura del Caprice, altro locale da ballo del quale occupa perimetri e struttura. Lo spirito che apre quei battenti è però diverso, già risponde al clima, ai venti che tra poco avrebbero scosso la nostra società. L'inaugurazione segue una spettacolare cerimonia: un po' prima dell' apertura fissata per le ore 21, musicisti, ballerini, occasionali spettatori, si danno appuntamento in darsena davanti al Galeone Santa Monica e da lì con in testa la banda del Carnevale di Viareggio si incamminano in corteo verso il Piper, che quella sera stessa, nel caleidoscopico show di personaggi che fecero da padrini all'apertura, presenta una giovanissima e talentuosa ragazza che si imponeva, anche se allora sconosciuta, per la sua personalità canora: Patty Pravo.

La storia di quel primo Piper si è poi svolta attraverso chiusure e riaperture, mutamenti di rotta, sempre però mantenendo una propria linea d'avanguardia, e proponendo, in particolar modo nei primi anni Settanta, quanto di meglio non solo in Italia la musica contemporanea, nelle sue diverse anime, proponeva. Sfogliando sempre tra i manifesti dell'epoca ne apro ora uno che si riferisce al programma dell'estate 1972 del Piper, nel frattempo diventato Piper 2000: Banco Mutuo Soccorso, Osanna, Adriano Pappalardo, New Trolls, Trips, Premiata Forneria Marconi, Rory Gallagher, Brian Auger, Audience, Amazing Blondel, Mike Patto, Atomic Rooster, Van Der Graaf Generator, e infine il 20 agosto i Genesis. Ricordando quello poco prima proposto, di una comune settimana dell'agosto 1975 alla Bussola di Bernardini, e sommando il numero e l'eccezionalità degli artisti in concerto nei due locali, abbiamo un'idea di come Viareggio, e la Versilia, fossero allora a pieno titolo, la capitale incontrastata di vacanze e divertimento.

Anche il Galeone Santa Monica, ora menzionato, partecipava di quel clima internazionale che si respirava a Viareggio e nei suoi paraggi. Costruito nel 1920 come barcobestia, veliero tipico viareggino, poi trasformato in galeone spagnolo per adattarlo a una pellicola cinematografica, uso che fu più volte riproposto anche negli anni successivi, per essere infine adibito a bar discoteca nel 1961. Posava nella quiete del moletto della darsena, invitante e ugualmente appartato, finchè nel 1979 la Capitaneria di Porto di Viareggio decise di smantellarlo. Operazione facilitata da un incendio che lo distrusse completamente.

E poi la Capannina del Marco Polo, dove nel 1948 nacque il Festival della Canzone Italiana, da un'idea di Aldo Valleroni che ebbe il suo battesimo la sera del 25 agosto 1948. A quella prima realizzazione presero parte anche Sergio Bernardini, Giancarlo Fusco, Ruggero Righini, Aldo Angelici, Silvio Da Rovere. L’orchestra era diretta da Francesco Ferrari, conduceva la serata Amerigo Gomez, radiocronista dell’epoca. Le canzoni in gara erano dieci e tra queste vinse Serenata al primo amore di Piero Moschini. Tra gli interpreti Brenda Gjoi, Narciso Parigi e Silvano Lalli. Riproposto l'anno successivo vide il successo de Il topo di campagna di Narciso Parigi.
Nonostante questo sfolgorante avvio il festival f
u poi interrotto nel 1950 a causa di problemi economici e di miopia imprenditoriale quando il marchese Bottini, allora direttore dell’Azienda per il Turismo di Viareggio, fu irremovibile nel dire no a quella rassegna che per due edizioni (quella del 1948 e 1949) aveva fatto registrare un gran successo. Emigrò in Liguria là portato da Pier Busseti, factotum del Casinò di Sanremo, per vivacizzare la vita rivierasca nel Ponente dove nel 1951 si affermò come Festival di Sanremo.

 Con il suo aspetto di bella epoque, posata all'inizio della pineta di ponente, venne distrutta da un incendio alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, fatto che non scoraggiò il suo patron Filippo Lumbrici dal volerla e disegnarla ancora in quel suo stile particolare, nell'essere ugualmente incontro tra spazio popolare ed elitario: una nobile signora che riposa nel fresco della pineta.

E il Gabbiano di Paolo Paoli, uomo eclettico nelle sue diverse personalità e iniziative, che si trovava sul lungomare in Darsena, al limite delle luci e ombre della riviera, con le sue ballerine, i suoi spettacoli, la sua vita notturna che spesso si protraeva fino all'alba quando alla fine dei tanti sogni della notte non rimaneva che una passeggiata nel sapore di quell'aria marina così fresca e salutare nel riportare il corpo e la mente alla realtà del giorno e dei suoi orari.

E vicino al Piper, ma dall'altra parte della Fosse dell'Abate, e quindi a Lido di Camaiore, all'inizio del suo lungomare si trovava il Cavalluccio Marino di Fabio Cerri, uno stabilimento balneare con l'omonima discoteca che il fine settimana diventava per i giovani imprescindibile luogo di ritrovo, di incontro, dove darsi appuntamento. Si caratterizzava per quel tetto della sala che alla sera, tempo permettendo, si apriva sul cielo luminoso e lontano. Fino alla fine degli anni Ottanta, quando la discoteca chiuse.

Oppure l'Hop Frog, aperto a Viareggio alla fine degli anni Sessanta come discoteca alternativa, frequentata dai più giovani e poi, sotto l'egida dell’Arci Regionale diventato uno dei punti di ritrovo per diverse attività culturali: cabaret, canzoni della tradizione popolare, teatro e cinema, costituendo un importante punto di riferimento di progetti alternativi, spesso vissuti come punto di incontro, di contaminazione, tra culture e soggetti diversi. Su quel palco hanno mosso i primi passi tanti protagonisti di quella comicità toscana, e non solo, poi divenuta fenomeno di fama nazionale. E basta il nome di Roberto Benigni, che qui sbarcava con la sua 500, per dare idea e testimonianza dell'importanza di questo locale.

E anche se non era principalmente una discoteca vorrei ricordare, tra le altre sorte all'ombra di quelle colline che sono metro e perimetro della nostra memoria e della nostra penna, un locale che oltre a occupare un posto nel cuore e nella storia dello spettacolo versiliese per le sue proposte di musica alternativa è stato anche ribalta di grandi nomi del jazz, blues, negli anni 90, tra i quali ricordo un suggestivo incontro con Pino Daniele. Oltre a tessere una solida trama nella vita culturale versiliese, proponendone attori e protagonisti: da Vittorio Foa a Arrigo Lora Totino, fino a Nanni Balestrini, il grande poeta e scrittore che qui venne a parlare di poesia nel maggio del 2005.


Nell'entroterra invece primeggiava il Gancino di Stiava di Mauro Lazzarini, altro locale storico della Versilia, con la sua pista da ballo, dove seguivano poi gli spettacoli delle ore piccole. Sulla sua pedana tanti cantanti e personaggi dello spettacolo. Tra questi Luciano Tajoli e Claudio Villa, Tony Dallara, Gianni Morandi e Rita Pavone, Nicola Arigliano, Miranda Martino, Little Tony. Nel 1959 ospitò le scene di un film interpretato da Paul Muller, Claudio Villa, Valeria Fabrizzi, dal titolo Un canto nel deserto per la regia di Mario Girolami. Ancora nel 1963 un film a episodi con Tony Renis e Walter Chiari Obbiettivo ragazze diretto da Mario Mattioli. Ricordo che nel 1968 chiamato alle armi, come allora era obbligo, mi presentai al CAR di Fano per iniziare il mio percorso da militare, nella camerata che mi era stata assegnata trovai altre reclute come me toscane. Quando dissi che venivo da Stiava vidi che proprio il nome del paese gli era sconosciuto, finché mi sortì il nome del Gancino e subito la mia casa prese una dimora geografica, tanta era la fama del locale nella nostra regione.

Più tardi nel tempo, rimanendo sempre nell'entroterra viareggino, negli anni Settanta, a Piano del Quercione, vicino Massarosa venne aperto lo Zoo Parco. Un locale caratteristico, particolare: una discoteca, con un'ampia piscina all'esterno. Poi il Kiss di Piano di Mommio, il Linus a Ponte di Sasso, con i loro ospiti che proseguivano e riproponevano la centralità della Versilia quale luogo dorato e vacanziero. E sulle colline che lo sovrastavano si alza il Meto, uno dei primi night club della Versilia, proprio a metà strada tra Mommio e Corsanico, costruito subito oltre una piazzola meta di tanti innamorati con la sua indimenticabile vista sulla Versilia. 

Tratto da "Per stare bene bastava un gettone in tasca", a cura di Renzo Remedi,  testi di Arturo Lini, Grafiche Ancora, Viareggio 2022 

domenica 28 agosto 2022

Un viaggio nel tempo - Tra le acque del lago di Massaciuccoli

Tra le testimonianze che nel tempo documentano visivamente le prime forme di pesca lacustre ci sono alcuni disegni dello scienziato e botanico bolognese Luigi Ferdinando Marsili, eseguiti tra il 1720 e il 1728 nelle paludi emiliane, assai simili alle nostre del Massaciuccoli, che illustrano la stesura in quelle acque di alcune reti di sbarramento. Altri disegni - sempre opera del nobiluomo bolognese - documentano l'uso di una bilancina: una rete di modeste dimensioni fissata ad una struttura a croce che una pertica, anticamente una canna di bambù o legno - ed oggi costituita da materiali telescopici più leggeri - attraverso l'uso di una corda permetteva di immergere e quindi sollevare dall'acqua. Lungo le rive si alzavano poi modestissime costruzioni in legno e in canna, protette da coperture in falasco: piccoli spazi usati per la rimessa delle reti oppure di altri strumenti di lavoro impiegati nelle diverse attività che prendevano vita nelle zone lacustri, dove la pesca assumeva un ruolo di primo piano per l'economia del territorio.

«La pesca del Lago di Massaciuccoli mantiene altresì molte famiglie ed il governo ne ritrae un vistoso provento» leggiamo sul Dizionario Geografico Fisico e Storico della Toscana di Emanuele Repetti, pubblicato nei primi decenni del XIX secolo. E Tommaso Ghilarducci in Considerazioni intorno alla proscrizione delle risaie nel Lucchese, stampato in Lucca presso la tipografia Giusti nel 1848 descrive La Piaggetta di Quiesa come "un piccolo casolare di pescatori sulla sponda del lago, intorno al quale si allargano immense lande paduligne.”

Nei primi decenni del secolo scorso la nostra bilancia è ancora un rudimentale capanno, grande lo stretto necessario per ospitare una persona: una tettoia con tre pareti laterali. Col tempo, e la sempre maggiore disponibilità di mezzi e materiali, quelle modeste costruzioni venivano poi affiancate da strumenti di pesca più efficienti: le reti si allungavano sulle acque, sovrastavano l'intero corso di un canale, con facilità scendevano e risalivano dalle acque. Per sostenerle e tenderle venivano innalzati pali, generalmente di castagno, posizionati a quadrato davanti alla stessa bilancia, o su entrambe le rive del corso d’acqua. Andavano ognuno fissato ad altri tre pali precedentemente piantati sul fondo del terreno con l’uso di mazze, fino a quando si incontrava lo strato di rena, alcuni metri più in basso, nel quale era impossibile procedere.

Per avere un'immagine di queste costruzioni nelle nostre zone del lago possiamo sfogliare un libro di Luigi Pedreschi che nel suo Il lago di Massaciuccoli e il suo territorio ne mostra appunto alcune foto, aggiungendo poi: "[...] Il pesce raccolto dai pescatori di professione (la regione è frequentata anche da molti appassionati di pesca sportiva) viene tuttora, per lo più, concentrato al Porto della Piaggetta e di qui smistato ai vari centri di consumo, cioè Lucca innanzitutto, e poi i paesi vicini al lago (specialmente Massarosa e Quiesa) e Viareggio. Le anguille vengono spedite in gran copia nell’Italia settentrionale.". Il libro di Luigi Pedreschi viene pubblicato in Roma nel 1956, eppure nel volgere di pochi anni sembrerà illustrare un mondo passato e lontano. Già i segni e i fremiti di una civiltà industriale che preme ed avanza, bussano alle porte del paese per annunciare una società governata da un crescente benessere, che muterà il proprio rapporto con l’ambiente naturale: non più luogo di fatica e sacrificio ma anche momento di svago e ricreazione, atteggiamento, questo, spesso incurante di quegli equilibri che fino ad allora ne avevano governato il tessuto permettendone fertilità e sopravvivenza.

Le nostre bilance cominciano ad ampliarsi, non solo in quantità lungo le sponde , ma anche in termini di abitabilità. Mutano le dimensioni, le modalità d'uso, ambienti più ampi, più accoglienti. Nella loro costruzione spesso si utilizzano materiali di fortuna, provenienti dalle abitazioni; a volte pezzi di lamiera andavano a formare parti del tetto o di una parete. Anche le traversine delle ferrovie erano utilizzate: stese sul terreno formavano una solida pavimentazione resistente all’acqua e capace di conservare assetto e posizione senza particolari accorgimenti. La pesca sul lago rimane ancora copiosa, redditizia: interi nuclei familiari si alternavano alle reti riuscendo, nei periodi di pesca, a mettere insieme delle piccole fortune.

A partire dagli anni Settanta, il capanno da pesca subisce un ulteriore mutamento, non tanto nella struttura quanto nella fruizione: il luogo di lavoro si trasforma in un luogo di svago, specchio, di una società in piena crescita economica, della quale segue l’evoluzione, le abitudini, lo stile di vita. Le reti manovrate inizialmente con carrucole e modesti argani crescono di dimensioni ora sostenute e mosse dalla crescente tecnologia; s’introducono sistemi di sollevamento a motore; per installare i pali sul fondo ci si avvale di benne e compressori che permettono un ancoraggio più rapido e sicuro. Fino ai moderni sistemi “a buttafuori”: due braccia rigide a sbalzo, in metallo leggero, s’allungano sull’acqua. La bilancia diventa un piccolo confortevole mondo, luogo di convivialità in cui si ritrovano gruppi familiari, amici, piccole collettività che insieme gestiscono quello spazio. Sul lago si alzano le bilance aziendali: quella della fabbrica Apice di Massarosa, dell’Enel, della Manifattura Tabacchi di Lucca, disponibili ai dipendenti che ne facciano richiesta. Per la manutenzione di quest’ultima si alternano periodicamente squadre di operai da Lucca: riparare la rete, le strutture portanti, l’argano, falciare e tenere pulito lo spazio intorno, rifornire la dispensa. L’illuminazione rimane a gas, quando la vicinanza alla terraferma lo permette ci si allaccia alla rete elettrica. Lo spostamento in barca è agevolato dall'uso di motori a scoppio: si va alla bilancia, per un pranzo o una cena in gruppo, comunque per un momento di festa, se non per qualche romantico incontro.

Ma anche questo mondo fastoso e festoso in un breve trascorrere di anni si trasformerà. L’inquinamento ambientale, la conseguente minore pescosità del lago, una progressiva crisi economica che renderà troppo onerosi interventi di manutenzione in passato inscrivibili nei normali bilanci familiari, la crescente sensibilizzazione verso il mondo animale e vegetale, le leggi e le norme sorte a tutela dell’ecosistema lacustre e delle sue rarità vegetali e animali; tutto questo condiziona interventi e presenze all’interno dello spazio lacuale creando di fatto uno stato di abbandono di molte di quelle strutture.
Oggi più niente rimane delle bilance Enel, Apice o Manifattura Tabacchi. Un autentico campionario di originalità e intraprendenza, esempi d’architettura spontanea e popolare, sta scomparendo sotto i nostri occhi. A questo mondo, ora celebrato dalle belle fotografie di Giancarlo Cerri esposte nello spazio della galleria f 5.6 di Amerigo Pelosini a Massarosa, il nostro augurio di una ritrovata vitalità, nella convinzione che sia possibile favorirne una nuova stagione, una nuova fioritura. Dove le attuali precise norme e regolamentazioni si concilino a quelle originarie costruzioni ancora presenti lungo le sponde del lago, recuperandole e mantenendole per quanto possibile nel loro storico abito, simboli e memoria di una civiltà popolare e contadina che è nostro dovere custodire e conservare.

Arturo Lini, presentazione alla mostra "Baracche e bilance, da via Cava alla Piaggetta", fotografie di Giancarlo Cerri alla galleria f 5.6, Massarosa (LU), marzo 2022.

mercoledì 23 marzo 2022

Mario Calogero, il senso delle cose

I paesaggi marini, gli elementi della natura e quelli dell'uomo che si stendono intorno al mare, vivono in uno spazio aperto e indifeso alla luce e da questa composto e modellato. Di questa si nutrono, come se le loro radici, a noi invisibili, piuttosto che affondare nella terra o nelle sue linfe, si volgessero verso l'alto, cibandosi del mutare dei colori e dei tepori del cielo. Di questo clima vive la pittura di Mario Calogero, indubbiamente intrisa dei sapori e degli umori di una terra, la Calabria della quale è orgogliosamente figlio, e di un'altra terra, a noi più vicina: la Versilia dove nel corso della vita, e delle sue avventure che lo hanno portato per diversi anni ad abitare anche a Milano, è poi approdato. 
Sulle sue tele prendono così vita paesaggi e ambienti propri della macchia e della zona mediterranea, sia quella calabra che toscana, considerando in quest'ultima anche la zona palustre intorno al lago di Massaciuccoli, distante pochi chilometri dalle coste versiliesi, e più in generale il territorio massarosese, dove Calogero ora vive e che gli è spesso, frequentando i suoi splendidi luoghi e paesaggi, occasione e fonte di pittura. E anche il soffio e la pratica creatrice che a questi elementi dà corpo e vita appartiene a una tradizione pittorica che è propria della sua originaria regione: i colori sono spesso accesi, vividi, portano in sé il calore di pomeriggi accesi dal sole, e il vibrare delle cose che nella sua luce respirano e si manifestano.
Considerazioni queste che mi tornano alla mente quando immagino Mario nel suo studio, al lavoro davanti alle sue tele, e che poi quasi si concretizzano in una immagine: lo vedo posare i suoi tocchi di sole, come un pescatore che con precisione cura le proprie reti disponendole nella giusta piega, nello stesso spirito e procedura di qualsiasi esistenza che trova nell'ambiente che gli è intorno la propria ragione d'essere. Ma anche per altri sentieri la sua terra d'origine torna nelle sue composizioni, impregnandole della propria storia e tradizione. 
 
Calogero è nato a Pizzo Calabro, non lontano dunque da quello stretto di Messina luogo di tante mitologie e leggende. Da quella greca che qui aveva messo a dimora due leggendarie figure, Scilla e Cariddi, due mostri marini che vivevano in due caverne ai lati dello stretto: l'una abitante della terraferma, e l'altra della parte insulare. Fino alle epoche più recenti quando Stefano D'arrigo, nel suo Horcynus Orca, pubblicato per la Mondadori nel 1975, qui aveva ambientato il suo paesaggio, simbolico e reale, dove appare l'orcaferone, mostro terrificante e cancrenoso simbolo di tutto ciò che minaccia e si oppone alla vita.
Torna così negli elementi che Mario dipinge - siano essi un albero, una pianta di ginestra, una distesa di sassi e cespugli toccati dal mare - questo antico universo:  una strana eco o memoria, che li abita e li pone, insieme all'ambiente naturale al quale appartengono, anche in un altro regno in buona parte composto di una natura simbolica e mitologica. Quasi un ricordo di una qualche divinità, o entità umana, che li abbia abitati; una strana presenza che esula dall'elemento rappresentato. In un suo quadro, dal titolo "Presenze antiche", una pianta di ulivo esposta in una recente mostra, ed esplicativa di questo mio discorso e di tanta sua produzione pittorica, sembra, più che al regno naturale, appartenere al regno di Barbalbero, il più antico degli Ent, anche chiamato il “Pastore degli Alberi”, una tra le infinite indimenticabili figure che J. R. R. Tolkien ha creato nel suo monumentale Il Signore degli Anelli.
Toscana, nel senso più classico del termine, è invece la struttura della composizione, l'equilibrio delle forme che governa lo spazio della tela. Quel disporre il soggetto in primo piano, quasi sempre al centro della tela, governata da simmetriche partiture dove gli elementi rispondono ad una architettura che considera lo spazio vuoto, come in una chiesa del Brunelleschi, dotato di una propria voce ed una propria consistenza. Quadri che quasi solleticano la nostra sinergia, davanti ai quali porsi come davanti ad una finestra, respirando l'aria che da quella a noi viene, e aprendo gli occhi e il cuore ai sapori e agli incanti di incontaminate terre che sono parte di una geografia senza tempo e confini.
Arturo Lini, presentazione alla mostra Mario Calogero, il senso delle cose, Galleria Europa, Lido di Camaiore, aprile 2009.

domenica 27 febbraio 2022

Dis/somiglianze, contro ogni forma di razzismo

Nella società italiana, e più in generale in quella occidentale, le relazioni interpersonali e sociali sembrano volgere da consolidate consuetudini - fatte comunque di dibattiti e contese, anche aspre, ma sempre vissute nel confronto e sfida di idee - a nuovi rapporti basati non più sul valore o meno di quanto sostenuto e detto, quanto alla preclusione, alla chiusura verso le idee dell'altro in quanto membro di una comunità, di una etnia diversa e lontana dalla nostra. In questo nuovo contesto l'estraneo, l'appartenente a un altro gruppo o formazione, non è più qualcuno con cui confrontarsi e convivere, ma qualcosa da evitare, da allontanare: quasi una minaccia da combattere, come se l'individuo altro non fosse che una appendice di fantomatici eserciti dove il colore della divisa, se diversa dalla nostra, rappresenta una minaccia al nostro stato e al nostro essere.

In questo clima un gruppo di artisti, nel pieno rispetto della pluralità di opinioni e credenze, fermamente convinti che solo nel sincretismo di fedi e idee possa germogliare un domani per gli uomini più alto e migliore del presente, propone una mostra di opere che vanno dalla pittura alla fotografia, dalla scultura alla poesia visuale, fino alle installazioni site specific.

Un invito non tanto a rimpiangere o riprendere vecchi schemi e abitudini ormai dal tempo sconfessati e cancellati, quanto a proporre e disegnare nuove soluzioni ai nuovi problemi di convivenza sociale, problemi certo reali ma da affrontare nella consapevolezza di un unico essere umano, fatto di volti e lingue diverse ma abitato, al di qua e al di là della barriera, da sentimenti, affetti, bisogni e aspirazioni uguali e identici, nella visione di una società dove ognuno sia giudicato per i propri meriti o demeriti indipendentemente da motivi anagrafici e geografici. 


La mostra, accompagnata da un catalogo delle opere esposte, gode della sponsorizzazione della Fondazione Pomara Scibetta Arte Bellezza Cultura, e del patrocinio del Comune di Massarosa, Ente Parco Migliarino San Rossore Massaciuccoli, Associazione Città Infinite.

Artisti partecipanti: Annalisa Atlante, Luciano Bonuccelli, Catia Chicchi, Carlo Cipollini, Gian Luca Cupisti, Florian D'angelo, Lorenzo D'angiolo, Roberto Giansanti, Arturo Lini, Ivo Lombardi, Fabio Maestrelli, Domenico Morabito, Paolo Netto, Stefano Paolicchi, Amerigo Pelosini, Simone Romani, Enrico Sacchetti, Fabio Sciortino, Elisa Tamburrini, Claudio Tomei, Giancarlo Vaccarezza.


Antico opificio La Brilla, Via Pietra a Padule 1181, Quiesa - Massarosa (LU)

A cura di Arturo Lini, Amerigo Pelosini, Claudio Tomei


lunedì 28 marzo 2016

Lettera a un giovane pittore di W. Yeatsuh


Io oggi sono un vecchio, a tutti sconosciuto, come le stanze di questo luogo dove vivo, e dove ancora trascorro i giorni nella professione che sempre ho seguito, con amore e diligenza, felice delle mie mani che ugualmente i miei sogni e il mio tempo componevano.
Perché il sogno e la realtà subito in me hanno combaciato nella stessa figura, da quando ai miei occhi apparve la grazia di un dipinto, ed essa posò in me il desiderio di trasformare una disordinata esistenza nella bellezza di una perfetta forma, e così scelsi di essere pittore.
Quella rivelazione e quella brama sono ancora presenti in me. E le parole che nel tempo ne hanno precisato la natura ancora non hanno risposto a quel primo stupore, e neppure ne hanno esaudito ciò che sembravano chiedere per placarsi: una autentica opera d'arte. Perché se l'arte è un patto, o una disputa, tra un Dio e un uomo, devo riconoscere che in me ha vinto quest'ultimo, se nella vita ho compiuto opere di così poco conto.

Guardando ai miei quadri ritrovo in essi una immatura esuberanza, la facile convinzione di trovarne il senso oltre la misura delle cose, e l'essenza che le contiene l'ho cercata imponendo alle mie mani un atto che le esagerava iscrivendole oltre se stesse nell'ansia di un segno che superasse di splendore l'esistenza ritratta. Solo ora capisco che più che un urlo il mio lavoro abbisognava di modestia, fino al silenzio; chiarità (1) di una visione così come ho sempre ammirato nelle opere dei Grandi: eterna natività dove il tempo e la bellezza fiorivano dentro i bordi di una superficie estranea alla brama che invade la mano non guidata da uno spirito creatore.

Ora i miei limiti mi sono chiari e visibili, così come il percorso che nel tempo, tra questi costretto, si è svolto e di tutto ciò che non si è compiuto comprendo la ragione e l'inevitabilità. Solo di un pomeriggio, ora lontano nel tempo, che camminavo nella solitudine di un bosco e all'improvviso apparve, al centro di una piccola radura, sopra una pietra piatta, un candido bicchiere di vetro, conservo il ricordo come qualcosa di estraneo al destino dei miei giorni, una annunciazione che avrebbe potuto volgere a me il sogno, l'epifania tanto attesa. Mi avvicinai a quel bicchiere e dentro vidi una mosca che annaspava nel poco di acqua rimasta, forse portata dalla pioggia della notte. Rovesciai il bicchiere sull'erba e così salvai la vita di quell'insetto. Ma quell'incontro, tanto improvviso e fortuito eppure così prezioso per quella vita, è sempre rimasto in me come un sottile presagio, una parabola, che non sono riuscito a comprendere, percependone un senso (segno) che le parole mai hanno afferrato e tradotto in un insegnamento.

II 

Pure un tempo ho vissuto dove i miei giorni si scioglievano tra le speranze e le complicità che sono proprie del nostro mondo, gareggiando sulle onde di un mare che lontano doveva condurmi: al porto di quello che sempre avevo sognato. Come tutti mi adoperavo per il mio interesse, volgendo in acqua idee precedenti se le nuove sollecitavano il favore di qualche potente, o tramando per posare le mie opere in una luce che non gli spettava, e che solo i miei illeciti accordi poteva accendere. Ma sono stati piccoli segni, cenni, squilibri di un'anima mediocre; miseria di un sogno che immiseriva lontano dalla luce in cui si rivelò, e che non vale ricordare.

Ora vedo tutto questo e capisco come io di me sia stato niente più di un'altra malinconia. Perché solo ciò che accade è, e non vale fingersi altrove dai propri atti, se solo questi esprimono la nostra natura e permettono il compiersi dei disegni e delle annunciazioni che compongono la realtà e in quella la nostra vita. Così ho deciso di scriverti questa lettera, giovane e caro amico, sperando che da essa traspaia solo l'intenzione di una testimonianza che, almeno per un attimo, ripari all'assenza che nella vita ho praticato, e non la presunzione di un vecchio che solo l'età, e niente altro, autorizzi a parlare.

III 

A chi oggi si accinge a percorrere una strada sull'orlo di una catastrofe, che tale mi appare la vita di chi intenda viverla da pittore, conviene guardare davanti a sé: la luce che viene dalle proprie spalle fa solo ombra ai passi, né serve a rischiararli la grandezza del passato. Ma se è giusto porsi la domanda del senso e del ruolo del proprio lavoro, altrettanto sia limitare a se stesso la risposta. Perché puoi solo scegliere della tua vita; il tempo della tua epoca non ti appartiene, e i segni del futuro, che certo esistono, sono spesso confusi, frammisti a tanti altri, che spesso ciò che vanta o professa questo nome dimostra, nel volgere di poco tempo, solo la propria vanità e leggerezza.

Il futuro, in pratica, è in te. Sei tu che devi rispondere e scegliere i passi che il tempo in te compirà; di ciò che è più lontano saranno altri a rispondere, con la stessa chiarezza di coscienza che in te riconosco. Ma questa stessa domanda ha in sé una sua verità che subito puoi afferrare. Perché se nessuno può rispondere di ciò che il futuro dispone, o se e per quanto la pittura continuerà a esistere, è certo che all'interno di questa disciplina le diverse epoche passate hanno un volto netto e preciso la cui forma non è più proponibile alle epoche successive. Questa è una piccola certezza della quale nessuna convenienza o pigrizia deve mai farti dubitare.

Pure il rapporto con il nostro passato merita una piccola riflessione che insieme a te voglio provare a percorrere. Nessuna epoca è stata come questa attenta alla conservazione delle opere d'arte del passato. Un bravo pittore italiano, con un certo umorismo, l'ha definita percorsa da "libidine di restauro", e in parte questa frase ha una sua verità, una sua giustificazione, che proverò a esporti. Subito lontano da te l'idea che lo Spirito, che tante mirabili opere ha compiuto nel corso dei secoli, sia ora improvvisamente arretrato o scomparso; esso continua a parlare al cuore degli uomini e questo secolo ne è tra le più alte testimonianze. Prova a pensarlo da qualche punto ad esso estraneo, e ti accorgerai di quanto stupore e quanta bellezza esso abbia creato, e come l'uomo sia stato, come mai prima, così fecondo e innovativo, superando vincoli espressivi che parevano, fino ad allora, di una assoluta certezza e insormontabili. Eppure la condizione di un pittore si è fatta più difficile anche se oggi è più facile vivere di pittura che nel passato.

Sorta per inseguire lo splendore di una nuova terra e definire la forma nella quale posare la sua visione, l'arte del nostro tempo si è vista decapitata di questo suo slancio. L'Altrove a cui mirava, mirabile soffio da ricomporre sulla lucida superficie di una tela, è un luogo a cui più nessuno oggi desidera giungere e tutto ciò che gli occhi cercano sono segni che niente altro chiedono se non la luce di qualche vetrina. Maestà volta a umili tornaconti ! Inutile specchio di ciò che La compì! Ed è al posto di quella scomoda verità che oggi si sta instaurando una specie di "culto della morte", cioè delle opere d'arte del passato che private intorno a sé di una autentica cultura e amore per l'arte contemporanea, la sola che possa renderle e farne oggetto di vita, altro non diventano che simulacro di una vuota bellezza, distaccata lontananza ridotta al ruolo di oggetto di consumo.

Anche un Dio morirebbe se il suo culto si cristallizzasse in una formula immobile nel tempo, perché tutto ciò che è della storia a questa deve tornare. Perché niente ha più bisogno di uno spirito creativo intorno a sé quanto un'opera d'arte del passato. È solo nel respiro di questo nuovo soffio che prende vita il senso e la ragione che la ispirò; e attraverso questo continua a mostrarsi in tutto ciò che la formò: principio a cui ancora tende, e che alcune parole possono forse indicare: la culla di una civiltà. Del resto non solo materialmente si può distruggere un'opera d'arte, ma anche privandola della sua funzione: non oggetto di un passato da venerare, ma elemento di vita, carne che ancora si pronunci all'interno di un'epoca che non abbia rinunciato allo stesso principio che la generò, il solo che può rendere viva la sua bellezza e maestà.
E perché questo succeda dovrai volgere gli occhi lontano da quel passato che tanto ammiri, nella direzione opposta, e davanti a te dovrai cercare una nuova forma che ospiti il soffio che quella generò, perché così continui il senso e il fine di quella esistenza nella nuova opera che sembra disconoscerla. Ecco quello che dividerà il tuo cuore, e che sarà il senso della tua vita. Solo in te tutto ciò che è stato può continuare a esistere, ma solo nel momento che lo dimenticherai per annunciare la tua novella; come un Cristo, venuto a segnare l'inizio dei tempi entra nel tempio e scaccia i mercanti.

IV 

Come vedi sto parlando a te come ad un antico cavaliere, deciso a scendere in campo a difesa dei propri ideali, mentre era mia intenzione solo darti qualche consiglio, qualche pratico suggerimento; mettere la mia esperienza al tuo servizio, che ti permettesse di vivere il tuo mondo in maniera più cosciente di quanto io stesso feci, quando compivo i primi passi, le prime scelte. Come tu sai le antiche icone svolgevano una precisa funzione: esse dovevano "mostrare l'invisibile", testimoniare la presenza del sacro su questa terra, ed erano l'incontro di un talento artistico e di precise regole compositive che la tradizione aveva definito. Il loro svolgimento però non era sufficiente a renderle quell'oggetto di culto e venerazione che era il fine della loro creazione. Perché questo succedesse ­ acquisire cioè una sacralità ­ era necessaria una liturgia religiosa, un complesso di cerimonie che le investisse di un "sacro carattere".

Ricordati questi due momenti: uno, quello artistico, che compie l'opera, l'altro, quello pubblico, che la investe di una "divina natura", perché ancora oggi, come sempre, un'opera d'arte per esercitare la propria funzione e acquisire il suo ruolo sociale, che ne è il destino e il compimento, ha bisogno di una liturgia, certo non più religiosa ma laica, e che è l'espressione e la definizione della stessa epoca in cui cresce: essa ha dunque oggi bisogno che il mercato la riveli e la nobiliti. È solo attraverso di esso che oggi una piccola tela, come l'antica tavola ricoperta di pigmenti colorati, riceverà la propria venerabilità.
Perché se è il tempo a mostrare il volto delle cose, ed il senso di tante esistenze prende corpo e si rivela nell'atto finale, pure voglio dirti che pochi sono gli occhi che sanno vedere, e che la pietra alchemica ­ la sola che potesse mutare i metalli in oro ­ è l'oggetto più comune e più raro del mondo, se essa è dovunque ma nessuno sa vederla.

Dunque il tuo essere artista nel mondo si svolgerà attraverso questo sistema che è il mercato. Esso è il tuo destino, la tua possibilità. Il luogo dove dovrai vivere volgendo altrove il fine della tua vita e delle tue opere, come Ulisse una volta giunto vicino all'isola delle sirene. Consideralo un tempio indegno del tuo Dio, ma necessario alla natura degli uomini perché essi possano posare su di Lui gli occhi e Ne ascoltino la voce. Abitato da persone diversissime, a volte grandi nell'aiutarti, più spesso mosse da interessi bassi e mediocri che ti blandiranno con false promesse perché in te conoscono solo il proprio interesse. Rifuggi da questi ultimi perché niente in cambio potranno mai darti. A volte ti scontrerai con l'anima di un bambino che nel tuo quadro sceglie un giocattolo, a volte con quella di un commerciante che in esso vede principalmente un profitto; non osteggiarli ma comprendi bene la loro natura.

Non avere fretta né impazienza; né dovrai porre la tua presenza al centro dei tuoi problemi. È già successo, e non solo nel mondo dell'arte, che se di un certo appuntamento è sembrato quasi necessario dire "io ci sono", più confortante, dopo qualche tempo, è stato ripetere " io non c'ero". La Storia, in fondo, è sempre viva finché può partorire un nuovo giorno. Nel tuo cammino troverai persone come te attente e sensibili ai destini della pittura. Anche se il loro giudizio è naturalmente diverso dal tuo ascolta le parole spiacevoli e tieni in giusto conto quelle che apprezzeranno il tuo lavoro; e non considerare mai l'attenzione degli altri per te come qualcosa di dovuto e gratuito; perché è un dono che tu ricevi e del quale devi essere fiero. E non comportarti come un malinconico Don Chisciotte: il mondo, ­ così come è, è il tuo fine e il tuo destino, non il tuo teatro, dove tu sei chiamato a dare vita ed esistenza a ciò che più è simile all'uomo e al sogno, o al destino, che lo porta nel corso dei secoli.

Perché se molti furono gli stili che apparvero sulle tele come sulle scene di questo mondo, e diverse e lontane le epoche che gli furono da cornice, pure qualcosa ­ la stessa ­ ha sempre vissuto nel cuore come nell'opera di ciò che tu chiami i Grandi del passato. Quella parola, pur strano che possa apparirti, è "solitudine", che non è, come si crede, un deserto intorno, ma l'esistenza in qualcosa che ancora non ha forma, né voce, né simili, e che niente tra ciò che fino ad oggi è stato fatto può ospitare e mostrare, e che solo tu, misteriosamente e senza nessuna investitura, sei chiamato a portare alla luce. Questo è ciò che contraddistingue tutti quelli che ami e amerai. Diversissime e inconciliabili esperienze, vite opposte e contrarie, eppure ognuna nella stessa brama di fuggire ciò che fino ad allora era stato perché questo potesse continuare a vivere, a parlare, nel sogno o nell'impeto che li guidava; il domani misterioso riflesso dei giorni passati, nel cui grembo crebbe l'impeto che oggi lo nega: una patina appena smossa ..... (2) .......... .......... .......... .......... .......... .......... .......... .......... ..........


Ed ora, mio caro amico, è venuto per me il tempo del congedo. Delle distorsioni e piccolezze di cui ti ho accennato, e che abitano il nostro mondo, sappi che tutte le ho praticate; delle grandezze a cui le mie parole miravano solo un attimo di pensiero sono state, e mai ho sentito il soffio creatore attraversare le mie mani. Sono stato una minuscola piega del tempo; pazientemente ho raccolto dei segni lontani e diversi ordinandoli in questa piccola biblioteca che è l'io. Prego perché nel Giorno Nuovo qualcuno ricordi il mio nome.
William Butler Yeatsuh


NOTE DEL TRADUTTORE
 1) Anche se il significato nella lingua italiana è diverso ho voluto tradurre con chiarità un termine che W.B.Y. aveva coniato per esprimere "una chiarezza che si fa fisicamente visibile come un'alba"
2) Come sarà apparso evidente questa da me presentata è solo la parte scritta ­ conosciuta come la "partitura apparente" ­ di quella che viene giudicata una riflessione sulla pittura da parte di William Butler Yeatsuh, opera non certo pari alle sue più famose. In questo stesso punto dove ho preferito interrompere il naturale svolgimento del testo, continua, nell'originario manoscritto dell'autore, una serie impressionante di segni, lettere alfabetiche, parole comuni e altre inventate, forme astratte o figurative, formule matematiche e geometriche, note musicali, posate sulla pagina in un apparente e incomprensibile disordine che continua fino alla breve parte finale (V), in questa edizione integralmente riportata, e che ritorna ad una funzione comunicativa. Lo stesso autore parlando di questo suo testo disse che "si doveva pensare ad un iceberg la cui parte visibile corrisponde a quella scritta, che però prende corpo e movimento, come è nella natura di qualunque segno, dalla parte sua più profonda, e ai nostri occhi invisibile, ma più compatta, e di un senso e di un significato assai più complesso e reale, senza il quale tutto lo svolgimento dell'opera e del creato verrebbe meno"


mercoledì 23 marzo 2016

Pierluigi Romani, verità e illusione

Pierluigi Romani nasce a Lucca nel 1936, nel quartiere di San Paolino. I primi studi ad indirizzo artistico sono presso il locale Istituto d’Arte Augusto Passaglia ai quali seguono quelli presso l'Accademia d'Arte e Design Leonetto Cappiello, a Firenze, frequentando i corsi serali per grafica pubblicitaria.
I primi anni di vita si svolgono in un'atmosfera tranquilla e serena, simile a quella di tanti altri figli di un'agiata borghesia cittadina, quando l'entrata in guerra dello Stato Italiano nel giugno 1940, la successiva malattia del padre, dirigente bancario in un'agenzia torinese, culminata nella morte nel 1954, infrange quella serena realtà. La necessità di una autonomia economica e di una occupazione si fa compagna della sua gioventù, indirizzandone radicalmente il corso e gli equilibri.

Nell’ottobre del 1958 va ad insegnare all’istituto dove si è diplomato, dapprima Decorazione Murale (1958-1967) e poi Tecniche della Pittura su Tavola (dal 1967 al 1981), integrando questa attività ad una costante pratica della pittura. Esperienze, questa dell'insegnamento e quella del pittore, che sono sempre felicemente convissute: l'una arricchita dalla pratica dell'altra, in quel continuo scambio di idee e progetti tra le due attività, che sono proprie di una natura introspettiva, incline all'indagine e alla osservazione del mondo e dei suoi avvenimenti. Nel 1973 consegue l’abilitazione in Discipline Pittoriche, presso l’Istituto d’Arte di Massa.

Completati gli studi scolastici, a poco a poco, la pittura si insedia nella sua vita come l'elemento primario ed essenziale, intorno al quale i fatti e gli avvenimenti dei giorni si piegano e si ordinano. Il primo momento dove coltivare e frequentare il proprio sogno, allora ancora incerto e forse non ben chiarificato alla coscienza, è stato nel 1955 in un piccolo spazio adibito a studio ricavato nella propria camera da letto, tra l’odore dei colori e dei quadri che tutto impregna. Si dedica a quella attività con tenacia e accanimento, tra gli slanci e le disillusioni che sono proprie della gioventù e la segreta speranza che quella attività gli potesse dare un giorno da vivere, ma Lucca era allora una città abbastanza defilata culturalmente, stretta al proprio passato e poco incline a favorire le giovanili avventure artistiche che avessero a propria meta e ideale un mondo nuovo, aperto alle luci e alle voci del proprio tempo. Perfeziona qualche vendita; di tanto in tanto amici ed estimatori gli sono vicini e di aiuto, ma questi episodi non gli permettono di raggiungere una autonomia economica e dovrà così adattarsi a diversi lavori occasionali senza alcun rapporto con la sua attività artistica.

Sul finire del 1956 si trasferisce all’ultimo piano di una vecchia casa, nel cittadino quartiere della Rosa, che parenti paterni gli mettono a disposizione: è il suo primo vero luogo di lavoro. Qui, quasi isolato dal mondo, trova le condizioni ideali alla propria attività, quasi come il giovane concittadino Puccini una volta giunto, nel 1891, sulle sponde del vicino lago di Massaciuccoli, ambiente tanto diverso da questo cittadino, ma simile nel difendere la riservatezza e la creatività dei propri ospiti.
Ma nell’estate del 1960 dovrà lasciare quegli ambienti. Nei mesi che seguirono affitta nel centro storico, sopra un cinema, un’altana – già appartenuta a un altro pittore – che si apre alla straordinaria facciata della chiesa romanica di San Michele: vi rimarrà fino all’inverno 1963, dipingendo su carta e su tele opere informali. Poi, ancora, cambia studio; un amico scultore, in accordo col comune che ne è proprietario, gli lascia i locali che sono parte di una casermetta sulle mura rinascimentali di Lucca. Qui resta fino all’estate 1966 e qui inizia un nuovo periodo della sua storia artistica: quello della Nuova Figurazione.

Da allora e per gli anni successivi eserciterà in studi e ambienti ricavati nelle varie abitazioni in cui ha vissuto e vive. Ubbidendo al proprio temperamento, proiettato su scelte e posizioni indipendenti e desideroso di costruirsi un proprio linguaggio, procedendo tra dubbi ed esitazioni e quasi dimentico della sua prima educazione artistica, la sua anima s'incontrerà, a volte scontrandosi a volte inchinandosi, a quella di tanti artisti amati: Soutine, Munch, Sironi, ma anche i paesaggisti toscani della seconda metà del XIX secolo.
In quel periodo sentiva le sue idee vaghe, imprecise, e allora inadatte a comprendere e definire ciò che egli portava in sé, nella propria profondità. Solo capiva che sarebbe stato inutile cercare di seguire le orme di qualche altro artista, diciamo Paul Klee, che a Romani è sempre piaciuto, perché in questo caso - pensava - si diventa inevitabilmente il seguace e lo sfruttatore, o peggio il copista, delle invenzioni di qualcun altro.

Anche il suo mondo espressivo aveva seguito e assecondato il mutare delle idee e delle sensazioni che sono proprie di un'anima libera. Dall’autunno 1958 si allontana man mano dalle iniziali rappresentazioni realistiche; il suo interesse espressivo si sposta radicalmente e volge, cercando ispirazione e sostegno, in un mondo le cui immagini vivono principalmente in un luogo mentale. I suoi quadri sono abitati da temi e soggetti che gli sono consueti, ma in parte ricostruiti attraverso i dati e le illuminazioni della memoria. Come in una pagina della proustiana Recherche la realtà e la memoria si trascrivono e si fondono nell'immaginazione che dà forma concreta alla sua visione.

La prima esposizione avviene nel 1954, in una collettiva a Pontedera. Seguiranno poi altre manifestazioni, rassegne, episodi culturali ai quali l’artista partecipa: a Gorizia, La Spezia, Lucca, Firenze, Viterbo e Venezia. I suoi dipinti sono notati dai critici e dal pubblico; nel 1956 prende avvio la sua partecipazione ad una vita artistica più intensa, che si protrarrà, ininterrottamente, fino ai giorni nostri con la presenza a importanti rassegne d’arte, ai premi nazionali, alle fiere internazionali: Bari, Roma, Bologna, Miami in Florida. Di pari passo si susseguono esposizioni in varie gallerie private, in città italiane ed estere, ottenendo premi e consensi quasi dovunque; tanto che i suoi quadri si trovano oggi in diverse collezioni pubbliche e private.

Tra il 1957 e il 1967 compie ripetuti viaggi fondamentali per la sua maturazione artistica. Si allontana da Lucca, visita la Francia e poi la Spagna. In Italia si sposta a Firenze, spesso è a Bologna, a Torino, soggiorna per brevi periodi a Venezia, più lungamente a Roma e a Milano in un periodo in cui la città lombarda, ormai divenuta metropolitana, è punto nevralgico della cultura italiana.
Qui erano confluiti, legandosi con l’ambiente e i gruppi di tendenza formatisi nel luogo, personalità diversissime di artisti, punti di riferimento significativi della storia dell’arte italiana del dopoguerra. Anche Romani in parte partecipa a questo mondo: si avvicina all’ambiente delle gallerie, visita gli studi di amici, musei e pinacoteche e quando è possibile si reca alle grandi mostre dedicate all’arte moderna e contemporanea. Entra in contatto con le esperienze delle avanguardie storiche; esamina i mezzi e i metodi degli interpreti che egli maggiormente ha ammirato: Boccioni, Picasso, Henry Moore, Paul Klee, il “Movimento Cobra”, la Scuola di New York, Emilio Vedova, Hundertwasser, Francis Bacon.

Nel gennaio 1957 alla galleria Apollinaire di Milano erano stati presentati undici dipinti monocromi di Yves Klein: “Proposte Monocrome Epoca blu”. Nella capitale, a partire dal marzo 1958, sono invece visibili presso la Galleria d’ Arte Moderna le risoluzioni pittoriche di Jackson Pollock. Venutone a conoscenza, Romani intraprenderà quel viaggio: si trovò faccia a faccia con opere dal forte impatto emotivo che ritenne, fin dal primo sguardo, superbe creazioni. Ricorda ancora oggi cosa significò per lui, in quell’anno, la vista di quei quadri: la suggestione di Pollock non lo lascerà più, divenendo il vero e proprio catalizzatore della sua immaginazione.

Nel 1959 a Firenze conosce Carlo Hollesch, Vinicio Berti, Gualtiero Nativi e Silvio Loffredo, poi ad agosto è presente all’inaugurazione della mostra “Vitalità nell’arte” a Palazzo Grassi a Venezia. L’anno successivo a Firenze, nel mese di gennaio, la galleria Vigna Nuova propose le opere di Hans Hartung. Romani ebbe modo di studiare, profondamente, il suo lavoro, così come si era costituito fin dal 1932 quando il pittore tedesco aveva affrontato gli aspetti dell’arte non figurativa con una maestria che, ai suoi occhi, trasformava ogni quadro in una vigorosa affermazione d'arte, qualcosa di fermo, di compiuto come un’evidenza o una certezza.
Lo stupiva l’espressività del suo gesto, il graffiare con azioni impulsive la tela per imporre dei segni ad un tempo meditati e istintivi; davanti ai suoi quadri provava un’attrazione ossessiva, persino un po’ magica, ma contenuta e dominata da una grande sensazione di purezza. Nell’aprile 1962 è a Roma per vedere l’opera di Ben Shahn, un altro degli artisti a lui cari.
In particolare polarizza il proprio interesse sui maestri che hanno avuto rilevanza sulla sua formazione: Fontana, Asgern Jorn, Jean Dubuffet, Wols, Klein, Giacometti; dalla loro opera, all'apparire degli anni ottanta, pone l’attenzione verso la più recente ed attuale “Nuova Pittura Austriaca e Tedesca”: da Rainer e Beuys in poi. Essi gli consentono di penetrare un’altra realtà che dischiude imprevedibili orizzonti e soluzioni al suo operare, mostrandogli un’idea diversa della modernità, forse meno compiuta ma certo più palpitante e vitale.

Dal 1958 al 1963 spesso è a Roma, la domenica mattina, a seguire le conferenze sull’arte e sull'architettura contemporanea che in quegli anni hanno luogo alla Galleria d’Arte Moderna tenute, tra gli altri, da Giulio Carlo Argan, Bruno Zevi, Apollonio, Dorfles, Enrico Crispolti, Calvesi, Barilli, Marisa Volpi. Segue con attenzione gli sviluppi delle correnti artistiche e le loro ramificazioni, l’evoluzione delle ultime tendenze attento ai grandi temi delle vicende culturali in Europa e nelle Americhe. Nel giugno 1962, nuovo viaggio a Venezia per visitare la XXXI Biennale d’Arte; scopre la scultura e la pittura di Alberto Giacometti: una rivelazione assoluta che lascerà in lui tracce indelebili, assumendo il valore di un simbolo visivo, premonitore di un tempo e di una società abitata da una umanità estraniata e solitaria.
Nell’aprile del 1964, all’Istituto d’Arte di Roma di via Conte Verde in occasione della mostra che la scuola dedica agli anni della Bauhaus, fa la conoscenza con Aldo Calò, allora direttore, che incontrerà ancora negli anni successivi e diviene amico di altri artisti che operavano nella città. Nello stesso anno raggiunge ancora Venezia per recarsi all’esposizione di Jean Dubuffet: “L’hourlope”; quei quadri gli mostrarono nuove soluzioni e prospettive sulla trama e sulla partitura pittorica.

Queste conoscenze dirette di tanta produzione artistica a lui contemporanea, la naturale inclinazione alla speculazione teorica, all'indagine sul proprio operare, indirizzeranno e svilupperanno la sua ricerca, ampliandone i mezzi e le tecniche impiegate. Affronta la pittura direttamente: senza disegni, schizzi o studi di colore. In cuor suo ritiene che più l'atto pittorico è immediato e diretto, più ampie e proficue sono le possibilità di arrivare a esprimere la propria idea, il proprio mondo: il cuore dell'immagine o della forma rappresentata.
Produce serie di opere riferibili a precise tematiche, lavorando ad esse, con fervore e continuità, sempre cercando di mantenere una sua personale identità all'interno delle tendenze e delle correnti pittoriche che più continuano a suggestionarlo, pur condividendo con alcune di quelle lo stesso clima espressivo, lo stesso pathos creativo, tanto da identificarsi nella loro impostazione teorica e nel clima sociale che le accompagnava.

Muovendo dalla osservazione della realtà, che rielabora in una fusione tra il soggetto e l'atmosfera che la circonda, approda a un naturalismo (1956-1958) che per lui non significherà mai lasciarsi guidare dalla realtà per assecondarla e riprodurla supinamente, come invece era assunto del movimento, sviluppatosi in Francia nella seconda metà del XIX secolo, per cui l'obbiettiva riproduzione della realtà era il fine del fare artistico, senza lasciare spazio per interpretazioni soggettive. Romani, al contrario, cerca in essa riposte verità, fruga sui volti e sulle forme del reale le sopite e segrete architetture che le compongono. Esegue alcune nature morte, paesaggi e vedute della sua città, che impronta sul vero e rielabora nello studio, con notevoli effetti di profondità. Sovente, non potendo procurarsi le tele deve accontentarsi della tempera e del pastello su carta: di ciò, della produzione di quel periodo, non resta più nulla.
Ma già premono nuove esigenze: inizia a dipingere integralmente forme non figurative e a poco a poco approda, con crescente convinzione, ai moduli dell’Astrattismo Geometrico (1958-1960). L’astrazione risponde per lui ad un bisogno di ordine e chiarezza, come una necessità spirituale prima che formale. Legge, quasi studiando, i Diari di Paul Klee, scritti dal 1897 al 1918 e i testi delle sue lezioni tenute al Bauhaus di Weimar da 1921 al 1924: i Contributi alla teoria della forma e della figurazione. Guarda all’opera di Mondrian, vede i suoi dipinti a Venezia, insieme a quelli di Malevic, Picasso, lo stesso Klee, Magnelli, Vedova, Arp, Franz Marc. Conosce Kandinsky leggendo Lo spirituale nell’arte, pubblicato nel 1912, e Punto, linea, superficie del 1926.

Fra la fine del 1958 e il marzo del 1959 Romani concepisce la sua prima opera astratta: una tempera, matite colorate e inchiostri su carta, giungendovi mediante una progressiva deformazione dell’oggetto che finalmente viene disciolto e assorbito nella impaginazione astratta. Concretizza, in tecniche miste, il lavoro di questi due anni che comprendono una breve serie di composizioni che tracciano sui supporti itinerari profondi e coerenti, nella ricerca di una sintesi tra spazio materia e ritmo: “I dialoghi”, “I diari”, “I pensieri svelati”, “Il limite della notte”, “Festa di compleanno”.
Ma subito oltre la sua pittura, superando l'impalcatura del razionalismo geometrico, si porta verso nuove formulazioni, sciogliendosi in un movimento più fluido di forme e linee-forza che preludono e sanciscono il suo sconfinare nell’Informale (1960-1965) che avverrà di slancio, seguendo una naturale germinazione del suo spirito creativo. Su questo nucleo progetta e coagula scenari urbani, topografie metropolitane e monumentali: dipinti polimaterici su tela e carta intelata, dalle superfici corrose e scalfite, pulsanti di energie intuitive e mnemoniche. Una fitta selva di graffi e di linee violente, di campiture monocrome che si compongono in una precisa architettura che ne ordina le cadenze e lo spazio.

Le prove iniziali denotano una velata assonanza con gli artisti d’oltre Oceano dell’ “Action Painting” dei quali guarda alle rivoluzionarie novità, che tanto incideranno sulla sua formazione poetica, arrivando singolarmente vicino, nei risultati, al gruppo milanese “Movimento Nucleare”. Appartengono a questo periodo la “Civiltà del Neon”, “All’inizio dell’ombra”, “Trame sospese”, “Pensieri ordinati”, “Ossidazioni”, “Le impronte”, “I grattage”, “Le geologie”, “Le combustioni”, “I personaggi”, “Il mago di Oz”.
Alla fine di questo complesso e ricco periodo si può considerare ormai fondata la personalità artistica di Romani. Conclusa la fase delle esperienze informali, che copre cinque anni di crescita continua e prolifica, subentrerà una pittura più sensibile e coerente alla propria matrice europea; senza però mai adagiarsi alle suggestioni di linguaggi e soluzioni già consolidate e tentando di scongiurare lo spettro del cliché stilistico. Sul finire del 1964 trova il coraggio di proiettarsi in avanti, quasi di ignorare il proprio passato, e ancora seguendo voci e cadenze interiori si apre a una svolta profonda nello stile che si orienta adesso verso il linguaggio della "Nuova Figurazione" (1965-1977) vissuto anche come espressione di un umano disagio esistenziale e sociale.

L’avvicinamento ad esso è tutt’altro che indolore, costellato da momenti di pessimismo, di amarezza, di pause, di lunghi mesi fermo a lavorare sugli stessi schemi, da frequenti riesami e verifiche prodotte e causate dalla insoddisfazione che si avverte quando lontano, a volte irraggiungibile, appare il fine che si è prefisso. Ma insieme alle imprecise rotte, all'ansia di nuovi orizzonti che sempre lo abita, Romani sente ora che il suo lavoro comincia ad identificarsi con la sua persona, avverte il combaciare delle proprie composizioni e dei propri sogni, il consolidarsi di una identità che unisce l'uomo e il pittore: tra il 1966 e il 1967 concretizza le prime tele ai suoi occhi finalmente governate da un equilibrio compositivo ostinatamente perseguito, e modulate con fine sottigliezza pittorica.

Il colore si restringe nei toni, nelle gamme chiuse e sorde delle terre, del nero e dei grigi. Usa, per gran parte dei suoi dipinti, una tecnica a tempera, congeniale per la sua manualità, ugualmente vibrante e rattenuta, smagliante e opaca. Ne risulta una pittura antigraziosa che non persegue un intento estetico, ma sorretta da un credo umano e filosofico: rivelare l'incongruenza dell’esistenza, mostrare l’esilità delle cose, la loro provvisorietà, l’aspetto aspro e inelegante della realtà.
I suoi temi sono ora quelli di una città tetra, pervasa da un senso di disgregazione, sull'orlo di un incubo: muri umidi e screpolati, teorie di bucati gonfiati dal vento, appesi alle corde tra buie e dismesse finestre, interni privi di ornamenti, stanze desolate dove regnano letti disfatti, pentole di alluminio annerite sulla fiamma del gas, periferie grondanti di oggetti e cose abbandonate: spazi allucinati dove si muovono figure illividite, segregate dietro reti metalliche, chiuse nel muto furore di una condizione quasi disumana del vivere quotidiano. Sono “I corridoi”, “I tunnel”, “La città avanza”, “Gli scali ferroviari”, “L’hinterland”, “Gli ascensori”, “Le scale mobili”, “I gasometri”, “Le sopraelevate”, “I rottami”, “Gli incidenti stradali”, “Gli interni”, “Nature morte”.

Nel 1972 Pier Carlo Santini vede i dipinti di Romani e prende ad interessarsi al suo lavoro inserendolo, di fatto, nel ristretto gruppo di pittori che, con rigore, solitamente seguiva e curava. Si stabiliscono così, con il critico d'arte lucchese, legami di fraterna amicizia e comunità di ideali durati fino alla sua scomparsa nel 1993. In quei primi anni settanta allaccia rapporti assidui con altri critici e storici dell’arte a seguito di articoli e presentazioni degli stessi sulla sua attività: ricordiamo Silvano Giannelli, Luigi Carluccio, Marcello Venturoli, Antonello Trombadori, Franco Solmi, Mario De Micheli, Gianni Cavazzini, F. Fabiani e altri.
Pur non subendo le forti oscillazioni stilistiche dell'età più giovane, Romani continua ora il proprio cammino, interiore e compositivo, quasi alla ricerca di un impossibile eden pittorico.
Accantonate le forme e strutture precedenti, accede ad altre ipotesi, altre prospettive, che attraverso graduali passaggi lo portano a nuove risoluzioni interpretative nella cui scia trova ancora visioni ed emozioni, partecipi di una poesia che sfocia in una dimensione surreale e fantastica (1977-1989). Dentro atmosfere alchemiche, luoghi di imprevedibili apparizioni ed eventi, nella fluidità della luce, materializza e sviluppa il suo racconto pittorico che possiamo adesso dividere in due periodi: quello dell’ “Epopea del Jazz” (1977-1982) e quello dei “Teatri di posa” (1982-1989) che comprendono una cospicua serie di oli, tempere e acrilici, percorsi da motivi eseguiti senza un istante di posa; tutto è acceso in gesti e segni costruttori, una frenesia gestuale, spina dorsale portante e caratteristica essenziale di questa sua opera.

Compone l’immagine per approssimazioni: una sorta di smantellamento per segni che insieme cancellano e costruiscono, e che portano l’artista a modificare continuamente i risultati dei propri lavori, fino a trasformali del tutto; una specie di palingenesi cosmica, al cui culmine si rivela e si manifesta lo sforzo creativo, come l'unica forza capace di ordinare il cosmo e la materia. Procedimento che mostra alcune analogie con l'operare sia di un Giacometti sia di un Wols, dai quali, nel processo esecutivo, sembra recuperare l’andamento filiforme, dell’uno, e l’ispessimento segnico dell’altro. Il colore palpita e vive di un cromatismo prezioso ed acceso.

Già dal 1958 Romani conosce una speciale attrazione per la musica jazz, ascoltando i dischi o frequentando gli spazi abituali a questo tipo di musica. Questi luoghi costituivano per lui anche motivo di ispirazione, sia per la passionalità che avvertiva in quei ritmi sia per i personaggi, i gesti, le espressioni tipiche di quel mondo fascinoso che poteva frequentare e vivere, per poi trasportarlo nelle sue tele, nelle sue composizioni. Ritagliatosi uno spazio di tempo, fra l’inverno e la primavera di quell’anno, presero forma un gruppo di piccoli pezzi a tempera su tavola, soggetti da tempo posti al centro della sua attenzione, come “Il Batterista” e “Gli interni di un night”. Con lo stesso approccio completò poi, uno dopo l’altro, l'immagine di due sax baritono, a tempera e matita su cartone, di faticosa esecuzione per la complessa e intricata definizione architettonica dell’oggetto.
Furono questi piccoli lavori premessa e semi che fiorirono, dopo circa vent’anni, nel 1977, nella realizzazione di dipinti sorti nell'esperienza e nel ricordo di quelle precedenti orme: “Suonatori e vocalist” opere dall’aspetto elegante, ma racchiuse in un clima malinconico e dolente che il pittore raffigura nei colori acidi della luce artificiale, immersi nelle fumose cantine dei cabaret d’avanguardia, luoghi di eventi che sembrano appartenere sia al futuro che alla memoria. Così lavora ai quadri su “I Jazzmen” che coglie e fissa, sulla superficie pittorica, come improvvisate ed effervescenti “jam session” ambientate in semplici locali di quartiere, emblemi di una vita notturna allucinatoria e fantasmatica, eppure così reale.

Sempre in quella scia prosegue con “I ritratti” ispirati ad alcuni noti musicisti, avvincente galleria di tipi umani: Duke Ellington, Armstrong, Coleman Hawkins, Fats Waller, J. Turner. J. Venuti. S. Grappelli. Chet Baker, Benny Goodman, di cui rigenera sulle tele i lineamenti nel tentativo di penetrare e strappare da quei volti enigmatici, segnati spesso dalle esperienze di una vita frenetica, un frammento dei motivi o della genialità che li guidava. Ogni personaggio raffigurato è un mondo a sé, composto di sentimenti contrastanti, di astuzie e meschinità, di consapevoli sofferenze, di umiliato candore. Come possedute da una frenesia grafica, impietose, le fitte pulsazioni dei segni scavano nei volti le rughe del tempo, scoprono nelle asimmetrie somatiche l’equivalenza di un disagio, o di una serenità; frugano al di là degli occhi, vacui o struggentemente espressivi, per portare alla luce il cuore e il mistero di una personalità, celata in un atto fragile come un inconsistente involucro esteriore.

È l’ossessione e l’intensità con cui si sente legato al soggetto, a offrirgli l’impulso necessario al lavoro, nell'analisi di alcuni strumenti musicali tipici dei complessi jazz che Romani affronta, evidenziando angolazioni e inquadrature distinte: il clarinetto, la cornetta, il violino, la tromba, la chitarra e il sax, esplorati nei dettagli con precisione analitica, organizzati in una struttura compositiva rigorosa sviluppata, generalmente, sull’asse verticale. C’è un clima magico, un alone di inquietudine sospesa in questi strumenti: essi, pur rappresentati realisticamente, fluttuano tra spazio e tempo; presenze impenetrabili e misteriose, ad un tempo solidamente compatte e precariamente evanescenti, avvolte in un caldo segno di luce, vibrante di scie, riverberi, segni e bagliori accecanti che ne eccitano la stesura, animandola di segrete energie.

Romani dipinge queste immagini, al centro del campo visivo, come appoggiati su una parete virtuale intessuta di cupa e teatrale vastità, dalla quale emergono evidenziate quelle osservazioni che spesso si ripresentano nei suoi quadri, quali l’ingrandimento del primo piano, o il forte coinvolgimento passionale che anima sia i musicisti che i loro strumenti musicali.
A partire dal novembre del 1979 prese forma in lui l’ipotesi di un progetto da molto tempo custodito in sé: tornare a uno dei temi più cari del passato: il sassofono. Lontana visione legata a stilemi di un momento particolare del suo percorso pittorico, momento di estrema sensibilità che risorgendo ora dal passato, affiora in nuove forme, ricostruite sul tasto della memoria e del ricordo.

Nascono così quadri che si susseguono durante tre anni di confronto con questo stesso modello a lungo conservato nel proprio animo, espressi con una materia densa e luminosa, rappresentati da diversi punti di vista, attraverso prospettive e tagli dinamici che mirano a creare un senso di sorpresa, di stupore, sia intellettuale che emotivo. Tra la fine del 1982 e la primavera del 1983, ottiene il risultato ricercato e voluto. In poche settimane iniziano a definirsi le prime composizioni riguardanti gli altri concetti raggruppati sotto i titoli: “Studios e palcoscenici”, “Riprese cinematografiche”, “Teatri ed apparati di scena”, “Scenografie fantastiche” che lo impegneranno per circa sette anni in una immutabile e immutata perseveranza, attraverso proiezioni mentali e slanci inventivi, sospesi in una incerta zona di confine tra la realtà, il sogno e le impronte psichiche dell’inconscio. Luoghi e ambienti di cui ha registrato immagini, sensazioni, ricordi, ora ricostruiti dalla sua sensibilità e dalla sua fantasia: sedimenti affollati di informazioni, patrimonio stabile della memoria.

Nel maggio 1980 entra in rapporto con Carlo Ludovico Ragghianti, che nota alcune sue tele da un collezionista, dipinte negli anni fra il 1974 e il 1979. A questo primo incontro ne seguiranno altri, nel suo studio. In questi mesi l’artista sta preparandosi per una personale, accompagnata da un catalogo, che terrà a Torino nell’ottobre 1981 alla galleria La Bussola. Il noto critico, al termine di quella visita, gli fece capire che avrebbe scritto un saggio per fare il punto della sua pittura, un saggio da utilizzare come presentazione per l’esposizione che avrebbe avuto luogo di lì a poco. Romani userà questo stesso testo anche per altre mostre che si succederanno in Italia: nel febbraio 1982 a Cuneo alla galleria Linea, a Lucca in aprile alla galleria Guerrieri, a Rovereto in maggio alla galleria Delfino, a Firenze nel novembre 1983 alla galleria Michaud. Ragghianti affermò che si sarebbe riservato un’altra occasione per conoscere meglio le sue opere antecedenti al 1974; l’evento non si poté mai verificare data la sua scomparsa.

Gli anni dal 1977 al 1989 chiudono così questa sua stagione caratterizzata da una pittura fulgida e turbata, percorsa da roventi invadenze e inesprimibili dolcezze. Nell’inverno 1978, in occasione di una mostra personale alla Galleria Menghelli a Firenze, Carlo Mattioli e Fortunato Bellonzi intervengono alla serata inaugurale. Fra il 1990 e il 1997 Romani si riavvicina al neo-figurativismo: rivive e si riappropria dell’intensa esperienza figurativa, ricercandone le radici e recuperandone forme, volumi e colori. Compie una rilegatura tra presente e passato, tra lontane evocazioni e il tumulto del presente in cui palpita e si esaspera il suo fervore immaginativo, nel ricercare una nuova messa a fuoco, una nuova chiave di volta della realtà. Dipingere a memoria pensando al vero e dipingere dal vero un’immagine della memoria.

Produce parecchie repliche e varianti di ogni tema che concretizza con le tecniche a lui consuete: “Paesaggi con l’ultima neve”, “Rocce”, “Le cascate”, “I roveti”, “Linfa e clorofilla”, “Tracce e foglie”, “Vegetazione e sterpi”, “Gli interni dello studio”, “Le nature morte”, “A proposito di Venezia”, “Dedicato a Verona”, “I ritratti di Alberto Giacometti”, “Interni con jazzmen”. Nel 1992, espone a Bruxelles in una mostra personale alla Banca di Roma; in quell’occasione visita il Belgio. Il 1998 coincide con un suo radicale mutamento di linguaggio e finalmente può svilupparsi la nuova forma del suo lavoro che in lui andava maturando da tempo, in una chiarezza crescente. Con una presa di coscienza della sua terra natale, aderendo al suo più profondo istinto, egli scopre nel paesaggio intorno la linfa segreta che lo circonda e lo anima, archetipo della sua stessa esistenza. La forza di quella realtà che gli sta di fronte, a lui separata e divisa e in cui, tuttavia, può rispecchiarsi a coglierne la propria essenza.

Il suo soggetto preferito diviene l'ambiente naturale, la natura colta negli aspetti grandiosi: delle vedute fluviali della valle del Serchio che corre tortuoso lungo zone impervie e isolate, fra colline, anfratti, seguendo il dispiegarsi di catene montuose coperte di boschi. Ne rimane incantato e sogna di trarne una serie di tele. Per la costruzione dei suoi quadri riunisce ora tutte le tecniche, dall’assemblaggio al collage e al grattage; usa tempere, acrilico, olio, lacca, gessi, sabbia, paglia, carbone, matite per accrescere la densità, la vitalità e la sensualità della pigmentazione. Ritrova questi temi uniti nel sentimento e nella memoria, li sente come simboli primitivi dei suoi stati d’animo; ne è assalito e invaso e li accumula nel dipinto con l’impeto e la liberazione di una confessione appassionata, come un flusso di parole che rivelino il parallelo flusso delle sue esperienze e, in questo, del suo modo di esistere. Quasi una procedura simile a quella che era stata, sul fronte delle lettere, quella di Joyce in tante pagine del suo Ulisse.

In quelle immagini di stagioni e di momenti di una natura più libera e selvaggia vi è una antica e perenne analogia con le sue diverse stagioni spirituali: in esse gli par di cogliere l’aspetto di foreste impenetrabili, di terre senza orizzonti e senza cieli. Tutto è sciabordio di acque e vegetazioni che un inverno lunghissimo ha conservato nel suo gelo, per poi sciogliersi improvvisamente nelle tonalità di colori infiniti, di luce fulgide e acerbe, o in morbide trasparenze:
"Aprile è il più crudele dei mesi: genera / Lillà dalla morta terra, mescola /Ricordo e desiderio, stimola / Le sopite radici con la pioggia primaverile / L'inverno ci tenne caldi, coprendo / La terra di neve obliosa, nutrendo / Grama vita con tuberi secchi/..." aveva scritto T. S. Eliot nella sua La Terra Desolata, nel 1922, testo centrale da cui si dipana tutta la successiva poesia del XX secolo.

Folgori entro il fitto bosco, tronchi carbonizzati, foglie che vibrano nella luce ancora soffocata del dopo tempesta, grumi di neve e di terra: tutti i motivi di un paesaggio naturale e romantico sono interpretati come sostanza stessa della materia pittorica. Il suo è un rapporto profondamente umano con la natura, vissuta, in una visione panteistica, come nutrice e sostanza di ogni realtà, plasmata a specchio del proprio sentimento individuale. Nel 1998 parte per gli Stati Uniti e soggiorna a New York. Al Museum of Modern Art è in corso la retrospettiva di J. Pollock, la più estesa finora dedicatagli. Ritrova la pittura che ha sempre amato, di uno degli esponenti fondamentali nella storia dell'arte del XX secolo.
L’opera inimitabile del pittore americano, la sua breve carriera, l’avventura umana vorticosamente trascorsa, gli trasmette una concezione più vitale dello spazio, del movimento, della luce. La spontaneità che volge all’estremo suo bordo, in una frenetica e magnificente scrittura di pura intuizione e trascrizione. Romani, all’inizio, si era entusiasmato, nell’opera dell’artista, per la potenza e l'eccesso che l'abitavano. In seguito, per la sua pura vivezza e la sua eloquenza; infine per l'ampia gamma di sentimenti e di umori espressi, il loro dispiegarsi senza niente di sé voler rattenere o celare.

La visione della metropoli e del suo hinterland non suscitano in Romani specifiche sensazioni; a New York la vita è più esigente, più intensa che nella città natale. Spostandosi nel territorio, durante un viaggio verso le terre del nord-ovest della costa atlantica, viene a contatto con la vasta orizzontalità della terra e la drammatica infinitezza degli spazi, in un susseguirsi di panorami mutanti, vedute di laghi, di terre, e mari. Lo spettacolo che lo circonda conquista la sua attenzione e il suo animo, gli permette di conservarne un ricordo fitto di dettagli, di paesaggi sociali e ambientali. Al suo rientro in Italia, nel 1999, riprende il lavoro interrotto trasferendo e riunendo in esso le suggestioni avvertite, ancora vive e presenti in lui: “Tra cielo e terra”, “Altrove”, “Piano preparatorio”, “Distanza dal paesaggio”, “Quantità altrove”, “Giochi d’acqua”, “Giorni d’estate”, “Nell’alveo”, “Il cuore dell’inverno”, “Dall’altra parte”.

Nel 2000 e fino ad oggi, in alternanza e in affinità con i motivi descritti, l’artista insiste su questi temi che hanno come comune denominatore i paesaggi d’acqua e promuove una serie di quadri in cui entrano e si sviluppano le immagini di acquitrini e paludi del delta del Pò e della Camargue, una zona umida dove sfocia il Rodano a sud di Arles, in Francia, che scopre e guarda con occhio e animo aperto, colpito dalla bellezza maestosa, quanto magica, di questo regno naturale. Scorci di un ambiente estremo, immerso nel silenzio delle lagune, delle lingue di sabbia, dei pigri fossi, degli stagni con le acque piene di riflessi imprigionati nei grovigli vegetali, fra canneti fruscianti e lembi di selve quasi impercorribili, evanescenti nei giochi della foschia e dei fumi che si confondono con le nuvole di soffocate penombre in cui la luce si scioglie e si raddensa.

Questo mondo lo porta ad indagare, più da vicino, le forme fondamentali della natura, intime e segrete, e le sue forze misteriose e invisibili, ma attive, assimilando lentamente le memorie dei luoghi per renderseli ancora più familiari come paesaggi abituali al proprio animo. Sono questi i punti di partenza che vanno a costituire una sua ulteriore variante tematica e creativa, che si aggiunge all’arco del suo percorso artistico, in uno scorrere di paesaggi che fisserà sulle tele ripetutamente, come per proteggerli e sottrarli all’inesorabile corrosione del tempo, nel mutare delle stagioni, dove trova la forma espressiva più consona al suo modo di pensare e di vedere.
Con il primo piano quasi sempre in controluce, immerso nell’oscurità, esposto alla resa del rapporto luministico tra l’elemento acquatico-vegetale e l’orizzonte, dove filtrano, intensi, i bagliori del sole al tramonto. Questi i motivi che ora ispirano la sua visione e la sua fantasia, offrendogli un repertorio di infinite soluzioni che determinano in lui un costante stimolo compositivo.
Le sue raffigurazioni vogliono forse essere frammenti di una grande carta geografica che, alla fine, completata può mostrare un mondo ideale, atteso e invocato. Imperniata attorno a questa missione la pittura di Romani, austera e ugualmente ruvida, vive nel colore di una maniera pastosa e materica, a tinte monocrome e cupe, attraversate da lampi di luce, evolvendo il suo stile tra un naturalismo di procedimenti e un espressionismo di contenuti. Negli ultimi anni esegue: “Diario lagunare”, “I paesaggi d’acqua”, “Quantità Camargue”, “Distese di fango”, “Terra bruciata”, “Ho occupato le terre della palude”, “Forma acquatica”, “Erbario”, “Brughiera”, “Nel cuore dell’inverno”, “Ventuno anni di solitudine”.

Oggi, guardando alle sue tele, i suoi paesaggi, i suoi acquitrini, la sua personale Palus Putredinis di sanguinetiana memoria, si rimane indifesi e colpiti dalla maestà dell'ordito, che una striscia di luce dall'alto quasi sempre attraversa, posandosi, slargandosi alla base, per invadere poi la scena. E in quella luce riverberano le orme del suo cammino, che senza mai abbandonare la propria rotta, insensibile agli scoramenti e alle suggestioni, hanno calato fin quaggiù, su questa terra d'orizzonti bassi e lontani, il segno e la presenza di altre luci e mete che l'arte ancora è capace di custodire e di rivelare.

Arturo Lini, marzo 2010 - Biografia ragionata, in Pierluigi. Romani, figure dell’eclissi, testo in catalogo alla mostra personale presso Ex Real Collegio, Lucca, ed. Caleidoscopio, Carrara.



Si sono interessati alla sua professione, con articoli e presentazioni, critici e storici dell’arte, come: Umberto Baldini, Giovanni Colacicchi, Giorgio Seveso, Armando Nocentini, Tommaso Paloscia, Giuseppe Brugnoli, Giovan Battista Bassi, Filippo Abbiati, Renzo Federici, Silvano Giannelli, Corrado Marsan, Renzo Biasion, Luigi Carluccio, Angelo Dragone, Enzo Fabiani, Renzo Margonari, Dario Micacchi, Carlo Ludovico Ragghianti, Mario De Micheli, Franco Solmi, Antonello Trombadori, Jean Pierre Jouvet, Pier Carlo Santini, Luigi Lambertini, Gianni Cavazzini, Mario Penelope, Luigi Bernardi, Paolo Levi, Marcello Venturoli, Franco Passoni, Luigi Servolini, Mario Perazzi, Giorgio Di Genova, Mario Rocchi, Nicola Miceli, Sandro Martini, Mario Monteverdi, Mario Portalupi, Lucia Toesca, Lino Cavallari, Francesco Prestipino, Marcello Vannucci, Vittoria Corti, Roberto Zangrandi, Sandro Zanotto, Giuliano Serafini, Ernesto Borelli, Camilla Ferro, Gianluigi Versellesi, Nani Tedeschi, Piero Santi, Giuseppe Trevisan, Mario Marzocchi, Michelangelo Mazzeo.



lunedì 14 marzo 2016

La collezione Dati

La collezione Dati si costituisce, pur nelle diverse e varie acquisizioni presenti in mostra, intorno alle opere di quattro pittori: Ernesto Altemura, Luciano Bastianelli, Mario Cosci, Nelson Tommasi.
Quattro pittori nati a Stiava (LU) negli anni venti del secolo scorso i cui dipinti mostrano la vitalità di una tradizione pittorica che travalica i confini di un ambito locale per inserirsi a pieno titolo nella storia della pittura figurativa versiliese.

Ernesto Altemura. (Stiava 1929) inizia a dipingere nel 1947. Nel 1952, si diploma Maestro d’arte e nel 1953 inizia la sua attività con l’esposizione presso il Principe di Piemonte di Viareggio con giovani pittori quali Angelo Jarusso e Giuseppe Banchieri. Si stringono da quel momento frequentazioni artistiche e durature amicizie tra cui Renato Santini, Eugenio Pardini, Serafino Beconi, Fausto Maria Liberatore, Giuseppe Martinelli, Vasco Giannini, e Mario Cosci. La critica dalla fine degli anni ‘50 ha sempre colto in lui una riproposizione della questione del realismo sottolineando come la sua pittura possa considerarsi già in parte un fenomeno post informale. Molteplici e costanti nel corso del tempo le mostre e i riconoscimenti alla sua opera.

Luciano Bastianelli è nato a Quiesa nel 1930. Fin da subito ha dimostrato attenzioni e attitudine alle arti ed ai suoi risvolti dividendosi nella sua carriera fra stilista, molto apprezzato nel mondo della calzatura, e artista sensibile nell'ambito della pittura.
Portato a diversi contatti in tutto il mondo per il suo lavoro, ha colto ogni occasione per affinare e far crescere il suo status pittorico, maturando esperienze preziose con confronti ed applicazioni degne delle migliori scuole. Ha tenuto mostre personali e collettive, partecipato a premi e concorsi di pittura, riscuotendo consensi e affermazioni. Ha vissuto tra Firenze e Stiava (LU); negli ultimi anni si è trasferito a Lido di Camaiore dove è morto nel 2014.

Mario Cosci, è nato a Stiava nel gennaio 1922. Interrotti gli studi universitari per la chiamata alle armi nella 2a Guerra Mondiale, negli Anni Cinquanta, si dedica attivamente al dibattito culturale allora vivissimo in Versilia. Iscritto alla Accademia di Belle Arti di Firenze, frequentò i corsi di disegno e nudo. Nel ’50 inizia l’attività pittorica e si dedica nel contempo alla poesia ed al racconto. In quegli anni prende parte alle manifestazioni di pittura più importanti a livello regionale e nazionale, riscuotendo eccellenti riconoscimenti. Le sue opere si trovano in collezioni private e pubbliche, sia in Italia che all’estero. L’opera letteraria, che spazia dal ’59 al ’62 è composta da trentadue poesie e quattro racconti, pubblicati postumi nel libro “Perché ciascuno ci ascolti” edito da Pacini Fazzi di Lucca. Muore nel 1968 a soli 46 anni.

Nelson Tommasi è nato a Stiava nel 1929. Ha frequentato l’Istituto Musicale Boccherini di Lucca fino al quarto anno, quando ha dovuto interrompere il corso degli studi in seguito ad una malattia del padre. Negli anni Cinquanta si avvicina alla pittura come autodidatta, sempre condizionato dagli impegni di lavoro che limitano il suo tempo e la sua applicazione alla passione artistica che così profondamente lo abita, portandolo a soggiornare in Germania ed in Libia.
Questa condizione non gli impedisce una continua ricerca personale che si afferma nel tempo con lo sviluppo di una personale tecnica pittorica ad affresco su juta, caratterizzata dalla accesa e vibrante sensibilità cromatica.
Nonostante i diversi spostamenti, sempre per motivi di lavoro, è rimasto fortemente legato al suo paese natale, dove il nove gennaio 2004 si è spento all’età di 74 anni.

Maria Teresa Pierotti e Rodolfo Dati si sono sposati nel 1955. Accomunati da un comune amore per l’arte e i suoi protagonisti, trasformatosi nel tempo Rodolfo in corniciaio per meglio esaudire intenzioni e progetti degli amici pittori, la loro casa diventa subito luogo di incontro di artisti: un piccolo cenacolo fatto di amicizia e convivialità, ma anche luogo di scontri e rivalità come è costume di ogni mondo e ambiente artistico. Una piccola corte rinascimentale che nel tempo si è fatta ampia documentazione di un periodo tra i più fecondi della pittura versiliese. Vivono a Stiava nella loro bella e accogliente casa piena di quadri e dipinti.

Altri artisti in mostra: Ballarin, Mario Calogero, Mario Cardosi, Cavani, Casa, Marino Consani, Gianpiero Cipollini, Cirillo, Massimo Dati, Marco Dolfi, Di Volo, Loriano Geri, Krimer, Arturo Lini, Giuseppe Lippi, Magliani, Giorgio Michetti, Tony Munzlinger, Mario Polloni, Antonio Possenti, Renato Santini, Antonella Salvetti, Beppe Serafini, Alessandro Tofanelli, Tommasi Ferroni, Twrdy, Giancarlo Vaccarezza, Valenti, Maria Stuarda Varetti, Viti.

Arturo Lini - Presentazione alla mostra La collezione Dati, Villa Gori, Stiava (LU), 2011