Ci sono artisti che attraversano il proprio tempo sempre inadatti a questo. Stanno lontani dai suoi clamori; lo vivono quasi ignorandolo, come fosse una scena girata tempo prima, spesso (quasi sempre) rincorrendolo, rappresentandolo, attraverso bagagli d'immagini del passato.
Altri hanno il cuore scoperto agli avvenimenti, ai fatti, ai giorni; sono da questi ammaliati, non riescono mai a liberarsi da quei rumori e clamori; anche la pittura ne diventa un capitolo, la ricerca di una risposta che è la vita reale a formulare, non quella dei segni o dei toni dei colori.
Serafino Beconi ha partecipato di entrambe queste due anime. Non è stato un inventore o un precursore, nel senso proprio che questo termine serve a connotare l'opera di un artista. I suoi bagagli artistici, ampi e profondi, ricapitolavano un secolo di pittura, non ne aprivano o anticipavano un altro.
Eppure mai abbiamo avuto l'impressione, davanti ai suoi quadri e alla sua opera che il suo linguaggio additasse un mondo interiore che più non era, che rincorresse qualcosa che non apparteneva al dolore, o alla felicità quotidiana. Mai abbiamo scorso in Serafino valori o insegne di un mondo scomparso e riproponibile solo nella tavolozza e negli stilemi di una qualche provincia.
Altri hanno il cuore scoperto agli avvenimenti, ai fatti, ai giorni; sono da questi ammaliati, non riescono mai a liberarsi da quei rumori e clamori; anche la pittura ne diventa un capitolo, la ricerca di una risposta che è la vita reale a formulare, non quella dei segni o dei toni dei colori.
Serafino Beconi ha partecipato di entrambe queste due anime. Non è stato un inventore o un precursore, nel senso proprio che questo termine serve a connotare l'opera di un artista. I suoi bagagli artistici, ampi e profondi, ricapitolavano un secolo di pittura, non ne aprivano o anticipavano un altro.
Eppure mai abbiamo avuto l'impressione, davanti ai suoi quadri e alla sua opera che il suo linguaggio additasse un mondo interiore che più non era, che rincorresse qualcosa che non apparteneva al dolore, o alla felicità quotidiana. Mai abbiamo scorso in Serafino valori o insegne di un mondo scomparso e riproponibile solo nella tavolozza e negli stilemi di una qualche provincia.
Al contrario s'avvertiva nella sua opera l'inquietudine dell'uomo davanti al proprio tempo: sembrava quasi chiedere una luce, lui, alle luminose scene, da lui stesso composte sulla tela. I suoi dipinti non sono certo l'oggetto devitalizzato da riporre tra le quiete cose della casa, nella penombra dell'animo e della stanza.
E questo non tanto per le forme e figure rappresentate, quanto per l'anima che a quelle si è accostata legandosi a esse, ed ancora - per il miracolo della pittura - in quelle percepibile: rimanendo così voce dei nostri dubbi e sicurezze, incertezze a volte, alle quali vorremmo rispondere con un urlo certo e profondo, di cui qualche volta si è capaci per incoscienza o gioventù.
Splendore confuso e offuscato dai passi e dagli orizzonti quotidiani, che il tempo nel suo trascorrere poi allontana, disappanna il quadro, rivelandone, il pulsare di una luce ora finalmente viva agli occhi.
Arturo Lini
L'eccidio di S. Anna, che Beconi compose principalmente dal 1959 al 1964 - anche se già a partire dal 1951 aveva composto alcuni disegni ispirati dalla cronaca di quei fatti - è un voluminoso ciclo pittorico tratto dalla luttuosa pagina che nel paesino versiliese di S. Anna, situato nel comune di Stazzema, si scrisse il giorno 12 agosto 1944 quando truppe naziste perpetrarono, per pura rappresaglia, una strage di 560 civili, tra cui donne e bambini.
Questo di Beconi è uno degli episodi più alti della pittura figurativa italiana del XX secolo. Ancora ignorato dalla storiografia ufficiale ripercorre, attraverso diverse scene o quadri, i momenti di quella tragica giornata, culminata nel rogo delle vittime. L'eccezionalità dell'opera di Beconi è di aver ricomposto tanta emozione - sortita nell'uomo - in pure forme pittoriche; eternando cioè quei fatti in un universo estraneo al tempo e alle sue leggi. Anche ai suoi dolori se vogliamo, in quanto la pittura è anche questo, ma proteggendo la storia dal degrado, dal trascorrere della memoria, e in ultimo dalla dimenticanza.
Allontanarle dal dolore ma non dall'emozione: come una "crocifissione" un "martirio" ci ricordano non già il dolore dell'uomo sottoposto a quei tormenti, ma attraverso lo stupore e l'incanto degli strumenti pittorici - forme e colori - suggellano in una emozione estetica i fatti narrati, dando nuova vita - forse eterna? - e ruolo a ciò che è stato, facendone parte ancora attiva del destino dell'uomo e del suo cammino.
Così è di quest'opera dell'artista versiliese: il dolore della tragedia che attraverso la sua arte sa farsi luce e presenza, compagna e ammonimento nel cammino verso il tempo - così crediamo - delle Civiltà.
I disegni di Serafino, di Manlio Cancogni
Nessuna delle arti figurative è difficile come l'arte del disegno. Ingres diceva che essa rivela la probità dell'artista. E' vero. Con la pittura e la scultura si riesce a barare (e quanti l'hanno fatto specie nel nostro secolo); col disegno no. Pittura e scultura alla meno peggio si arriva ad impararle. Il disegno è un dono: o hai l'occhio e la mano per cogliere l'essenza dell'oggetto, o non ce l'hai. Prendiamo il caso di Serafino. Nella scultura e soprattutto nella pittura lo vedi in preda a un dubbio perenne.
La sua è una ricerca infinita che di rado si appaga. Il più delle volte dà l'impressione ch'egli abbia lasciato il lavoro incompiuto e con la voglia di riprenderlo. Mentre disegna invece, Serafino va a colpo sicuro. Specie nei ritratti. Dopoché il suo occhio, in apparenza disattento, ha penetrato il carattere del soggetto, la mano non sembra abbia difficoltà a seguire il filo che l'occhio dipana via via dal gomitolo della mente. Spesso, estratta e fissata l'idea dalla mobilità dell'immagine, il segno procede pulito, senza correzioni o ripensamenti, come se la mano che impugna la matita o la penna, una volta mossa, non si sia concessa nemmeno un attimo di pausa arrivando con un unico tratto a compiere l'intero percorso.
Brevi note
Serafino Beconi nasce a Torre del Lago nel 1925. Nel 1945 si diploma maestro. Nel 1954 entra a far parte del Centro versiliese delle arti con Marcucci, Santini, Catarsini, Pardini e altri. Partecipa a varie collettive e tiene molte mostre personali. È del 1964 la mostra in cui espone per la prima volta i quadri del Ciclo di S'Anna con 140 opere e 75 disegni, a Viareggio.
Nel 1974 replica della personale dell'eccidio di Sant'Anna a Pietrasanta. Nel 1980 fonda l'associazione Artisti Versiliesi. Nel 1990 fonda il periodico trimestrale Sinopia il cui numero 0 esce a novembre. Tra le sue ultime esposizioni ricordiamo nel 1993 "Le ragazze della Costanza" e nel 1994 una mostra di scultura a Villa Borbone di Viareggio. Si spegne nella sua casa di Viareggio, dopo una lunga malattia, la mattina del 27 febbraio del 1997.
Questo di Beconi è uno degli episodi più alti della pittura figurativa italiana del XX secolo. Ancora ignorato dalla storiografia ufficiale ripercorre, attraverso diverse scene o quadri, i momenti di quella tragica giornata, culminata nel rogo delle vittime. L'eccezionalità dell'opera di Beconi è di aver ricomposto tanta emozione - sortita nell'uomo - in pure forme pittoriche; eternando cioè quei fatti in un universo estraneo al tempo e alle sue leggi. Anche ai suoi dolori se vogliamo, in quanto la pittura è anche questo, ma proteggendo la storia dal degrado, dal trascorrere della memoria, e in ultimo dalla dimenticanza.
Allontanarle dal dolore ma non dall'emozione: come una "crocifissione" un "martirio" ci ricordano non già il dolore dell'uomo sottoposto a quei tormenti, ma attraverso lo stupore e l'incanto degli strumenti pittorici - forme e colori - suggellano in una emozione estetica i fatti narrati, dando nuova vita - forse eterna? - e ruolo a ciò che è stato, facendone parte ancora attiva del destino dell'uomo e del suo cammino.
Così è di quest'opera dell'artista versiliese: il dolore della tragedia che attraverso la sua arte sa farsi luce e presenza, compagna e ammonimento nel cammino verso il tempo - così crediamo - delle Civiltà.
I disegni di Serafino, di Manlio Cancogni
Nessuna delle arti figurative è difficile come l'arte del disegno. Ingres diceva che essa rivela la probità dell'artista. E' vero. Con la pittura e la scultura si riesce a barare (e quanti l'hanno fatto specie nel nostro secolo); col disegno no. Pittura e scultura alla meno peggio si arriva ad impararle. Il disegno è un dono: o hai l'occhio e la mano per cogliere l'essenza dell'oggetto, o non ce l'hai. Prendiamo il caso di Serafino. Nella scultura e soprattutto nella pittura lo vedi in preda a un dubbio perenne.
La sua è una ricerca infinita che di rado si appaga. Il più delle volte dà l'impressione ch'egli abbia lasciato il lavoro incompiuto e con la voglia di riprenderlo. Mentre disegna invece, Serafino va a colpo sicuro. Specie nei ritratti. Dopoché il suo occhio, in apparenza disattento, ha penetrato il carattere del soggetto, la mano non sembra abbia difficoltà a seguire il filo che l'occhio dipana via via dal gomitolo della mente. Spesso, estratta e fissata l'idea dalla mobilità dell'immagine, il segno procede pulito, senza correzioni o ripensamenti, come se la mano che impugna la matita o la penna, una volta mossa, non si sia concessa nemmeno un attimo di pausa arrivando con un unico tratto a compiere l'intero percorso.
Brevi note
Serafino Beconi nasce a Torre del Lago nel 1925. Nel 1945 si diploma maestro. Nel 1954 entra a far parte del Centro versiliese delle arti con Marcucci, Santini, Catarsini, Pardini e altri. Partecipa a varie collettive e tiene molte mostre personali. È del 1964 la mostra in cui espone per la prima volta i quadri del Ciclo di S'Anna con 140 opere e 75 disegni, a Viareggio.
Nel 1974 replica della personale dell'eccidio di Sant'Anna a Pietrasanta. Nel 1980 fonda l'associazione Artisti Versiliesi. Nel 1990 fonda il periodico trimestrale Sinopia il cui numero 0 esce a novembre. Tra le sue ultime esposizioni ricordiamo nel 1993 "Le ragazze della Costanza" e nel 1994 una mostra di scultura a Villa Borbone di Viareggio. Si spegne nella sua casa di Viareggio, dopo una lunga malattia, la mattina del 27 febbraio del 1997.

0 commenti:
Posta un commento