sabato 12 marzo 2016

Porti moli e pontili nella storia versiliese

Aprendo la pagina di qualsiasi sito delle nostre amministrazioni comunali - intendendo per nostre quelle i cui confini insistono sulle spiagge versiliesi - balza subito agli occhi come tra le testimonianze più preziose del proprio territorio che esse ci mostrano - chiese o pievi, antichi manieri o bellezze naturali - ci siano i pontili, i porti, i moli. Alcuni sono recentissimi, altri riportano indietro il tempo a quando queste spiagge erano luogo di lavoro, di fatica, e la loro presenza oltre ad assicurare industrie e attività lavorative era sufficiente perché intorno prendesse vita una comunità, un villaggio, che il tempo poi trasformava in realtà sempre più ampie.
Guardando oggi a questi stessi luoghi sospesi nel tepore dei giorni, vivendo in essi il quieto trascorrere del tempo, risulta difficile pensare che per buona parte della loro storia i nostri antenati hanno dovuto lottare contro un ambiente ostile, in gran parte inabitabile, improduttivo, cosparso di macchie e boschi quasi impenetrabili, di acquitrini e paludi. In questa lotta tra l'uomo e l'ambiente un approdo, una foce utilizzabile allo scalo di navi e merci ha spesso rappresentato l'inizio di un significativo cambio di qualità della vita: un braccio di legni e travi che avanzava sopra le acque del mare era il segno di una trasformazione sociale e ambientale, quasi il segno di una nuova civiltà.

Il villaggio etrusco di San Rocchino
Già nell' VIII secolo a.C limitate e circoscritte opere di bonifica del terreno erano state portate a termine dalle popolazioni etrusche che vivevano nella piana costiera tra la foce del fiume Magra e quella dell'Arno. Assecondavano in questa usanza un loro antico costume: di realizzare, dove concesso dagli elementi naturali e ambientali, opere e interventi di ingegneria idraulica per migliorare e rendere più favorevoli la fertilità dei terreni e le condizioni dell'ambiente che li ospitava.
Il villaggio etrusco di San Rocchino, posto in un terreno di confine tra i comuni di Massarosa e Viareggio, ne è testimonianza. Sorgeva in un'area formata di terreni acquitrinosi, poi bonificata attraverso la posa di legname e fascine che davano una qualche solidità a un modesto insediamento fatto di capanne in materiale deperibile, di forma quadrata o rettangolare, il cui pavimento era d'argilla. Serviva da scalo marittimo ai traffici di merci e persone lungo le coste tirreniche che ebbero il loro momento di maggiore attività nel VI sec. a.C. Fu poi distrutto intorno al II secolo a.C., e quindi abbandonato, nella lunga guerra che qui ebbe luogo tra romani e liguri per il controllo di questa parte di territorio.

Le bonifiche romane
Anche i romani s'adoperarono a opere di bonifica. Vaste e importanti, come quelle attribuite a L. Papirio, da alcuni identificato in un funzionario della Roma imperiale, vissuto molto probabilmente a Lucca o a Pisa, a cui si devono le Fosse Papiriane, un insieme di opere idrauliche costituite da un reticolo di fosse condotte dalle paludi interne versiliesi alla costa marina, utili al deflusso in mare delle acque piovani e stagnanti, impedite al loro normale scorrere dalla depressione dei terreni e da un cordone di dune e tomboli venutosi nei tempi preistorici a formare, nel lento moto delle acque e delle correnti.
Opere queste necessarie, oltre al risanamento del territorio, anche alla manutenzione delle vie terrestri e marine, destinate ai commerci e agli spostamenti di truppe ed eserciti che qui, provenienti da Roma o da Pisa, transitavano verso Luni e le zone nord-occidentali della penisola, nonché alla piena funzionalità di alcuni scali interni alle acque del Lago di Massaciuccoli.

L'antico porto di Motrone
Tramontato l'impero romano, dopo il susseguirsi delle invasioni barbariche con la loro scia di devastazioni e distruzioni di tutto quello che la civiltà romana aveva progettato ed edificato, bisogna risalire all'epoca medievale per trovare notizia di un porto attivo lungo il territorio versiliese: è il porto di Motrone del quale abbiamo prime notizie intorno all'anno mille. Era situato alla foce dell'antico fiume Sala, posta ad alcuni chilometri dalla cittadina di Pietrasanta.
La sua attività era protetta da un fortino militare che ospitava una modesta guarnigione qui inviata dalla Repubblica di Lucca alla quale apparteneva quello scalo marittimo, usato anche dalla Signoria fiorentina, che evitava ai governi lucchesi l'obbligo di usare quello pisano, con il suo balzello di dazi e dogane.
Serviva da scalo alle navigazioni costiere tra Marsiglia, Genova, Piombino, Roma: almeno a imbarcazioni leggere, fino ai trenta metri di lunghezza. Ogni anno andavano e venivano a quell'approdo circa 150 navi, che attraccavano in prossimità della riva, mostrando in questo movimento una discreta vitalità, anche considerando la moltitudine delle barche più piccole che lo frequentavano. Rimase in attività fino ai primi decenni del XVI secolo, quando divenuto proprietà dei Medici fu da questi - che già disponevano dello scalo pisano - progressivamente abbandonato, lasciandolo esposto all'inevitabile interramento che ne segnò il definitivo tramonto.

Il porto di Viareggio
Del resto la Repubblica di Lucca da tempo aveva posto le proprie attenzioni ad uno scalo più vicino e più funzionale ai propri traffici, identificando in quello di Viareggio il porto idoneo ai propri scopi. Per facilitare la sua realizzazione si era impegnata, già a partire dalla seconda metà del XV secolo, in una serie di progetti per bonificare la spiaggia viareggina e l'intero entroterra che dai piedi del monte Quiesa, suo naturale davanzale alla costa tirrenica, arrivava alla costa versiliese. Nel 1488 viene costituita una società, la Maona, associazione di cittadini incaricata di procedere a tutti quegli interventi ritenuti necessari all'attuazione dell'opera di bonifica.
Interventi che si ripeterono nel corso dei secoli, affidati a eminenti scienziati e studiosi, con esiti alterni, fino ai progetti e all'opera del matematico veneto Bernardino Zendrini che intorno alla metà del XVIII secolo, con il drenaggio delle acque paludose e l'abbattimento della macchia marittima circostante l'allora piccolo abitato di Viareggio, iniziò quell'opera di riassestamento e bonifica del territorio che doveva poi condurre  alla costituzione della prosperosa cittadina di epoca moderna.
Il primo segno di questa volontà del governo lucchese era stata la costruzione dell'attuale Torre Matilde, terminata nel 1534, che veniva giusto a sostituire una torre di avvistamento e difesa alzata nel 1172 a segno di dominio e tutela sopra questa sua marina, spesso luogo di scontri e battaglie tra gli eserciti lucchesi e pisani che se ne contesero a lungo il possesso. Intorno a quella primitiva torre si era costituita una modesta comunità. Si trovava più a monte della Torre Matilde, lontana dall'attuale confine della spiaggia, testimoniando in questo anche il progressivo ritrarsi del mare di fronte alla preponderante spiaggia viareggina.

Prese dunque vita, all'ombra di questa nuova torre la città di Viareggio. Formata da una prima comunità di soldati, mercanti, pescatori e marinai. In un cammino lento e faticoso all'inizio, poi più spedito; facilitato dalle imponenti e continue opere di bonifica a cui abbiamo accennato, e assecondando, in questo suo fiorire ambientale, altrettanto fiorenti attività marinare e cantieristiche che trovavano luogo nella sua darsena, la cui crescita s'accompagnava a quella dell'intera città, con la sua vita mondana che caratterizzerà i secoli seguenti. Fatta di nobili e principesse, di dorate spiagge e lussuose dimore; quindi strutture turistiche che s'apparavano a quel disincantato mondo.
L'altra città, dei viali a mare e dei lussuosi negozi, confezionata e abbellita alle ragioni turistiche, dall'originario nucleo stretto intorno alla Torre Matilde si stava sviluppando lungo l'arenile posto a ponente del canale Burlamacca. Sulle orme di quella villa Paolina qui sorta nel 1822, per volere di Paolina Bonaparte, sorella prediletta di Napoleone, che qui ha vissuto la sua breve stagione d’amore con il musicista Giovanni Pacini, tra il 1823 e il 1824, prima di ritirarsi, abbandonata dall’amato, a Firenze dove morì nel 1825, a soli quarantacinque anni, a Villa Montughi.

Il progetto era dell'architetto Giovanni Lazzarini di Lucca, e contemplava un impianto neoclassico, rimasto poi del tutto isolato nelle successive costruzioni viareggine improntate ad uno stile liberty. Appartato e aristocratico tempio di villeggiatura che vedeva nel tempo crescere intorno a sé, tra dimore di agiate famiglie borghesi, in gran parte qui venute dalla vicina città di Lucca, e altre più modeste e popolari costruzioni, la fama e il richiamo di quel luogo di villeggiatura, che ai primi stabilimenti balneari del 1828, il Nereo per gli uomini e il Dori per le donne come si conveniva in ossequio alla morale e alle usanze del tempo, vedrà poi affiancarsi più ampie strutture che sorte su palafitte allungate per alcune decine di metri sulle acque del mare progressivamente stavano andando ad occupare tutta la spiaggia tra la foce del canale e l'attuale piazza Mazzini.

La coeva ristrutturazione del porto e dell'intero sistema urbanistico, affidato nel 1820 dalla duchessa di Lucca Maria Luisa di Borbone a Lorenzo Nottolini, aveva confermato un ambiente urbano disposto in un regolare reticolo di vie perpendicolari che formavano quadrati isolati i cui terreni venivano ceduti, a condizioni particolarmente vantaggiose, a coloro che volessero edificare in questo nuovo ambiente.
Agli inizi del XIX secolo si giungerà alla realizzazione della prima darsena, a cui seguì circa un secolo dopo, il 28 settembre del 1913, la posa della prima pietra del nuovo porto di Viareggio in una suggestiva cerimonia alla presenza di Vittorio Emanuele III.
È questo il secolo d'oro della cantieristica viareggina: nel 1925 la flotta velica viareggina era stimata di uguale consistenza a quella genovese. Ancora oggi la più grande nave ospitata all'interno di un museo risulta costruita a Viareggio, varata nel 1891 e poi usata per il cabotaggio lungo le coste del Mediterraneo.
Acquistata nel 1952 dalla Marina Militare Italiana fu trasformata in nave scuola e come tale usata, con nome di Ebe, fino al 1958 quando fu messa in disarmo nel porto di La Spezia. Qui smontata, è stata successivamente trasportata a Milano dove ora si trova, riassemblata in un padiglione del Museo della Scienza e della Tecnica Leonardo da Vinci. È lunga 51,5 e alta 9 metri, a dimostrazione ed esempio di ingegnosità e intraprendenza di una tradizione cantieristica che ancora oggi pone la cittadina versiliese, per tecnologia e stile, ai vertici della produzione mondiale.

Questo sviluppo dell'industria navale sarà sempre parallelo a quella dell'intera cittadina versiliese, sorretta da una crescita, sia economica che demografica, così vorticosa da ricordare più una terra del nuovo mondo che non una zona dell'antica culla etrusca. Andando a sfogliare il Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana di Emanuele Repetti, pubblicato per la prima volta a fascicoli tra il 1833 e il 1846, alla voce "Comunità e vicaria di Viareggio" leggiamo che "nel 1744 questa contava anime 2279, e nel 1844 era salita a 14145!!!!" con i punti esclamativi, in originale, ben comprensibili se dando un'occhiata alle altre comunità e vicarie dell'allora Ducato di Lucca troviamo, per esempio, che quella di Camaiore passerà, nello stesso periodo, dai suoi 8616 a 15019 abitanti.
Città che continuerà nella sua impetuosa crescita fino al nostro secolo, separata nelle sue due anime, quella dei cantieri navali e quella delle lussuose vetrine e degli stabilimenti balneari, tra le quali a dividerle corre il canale Burlamacca, autentico simbolo di questa cittadina, e non solo perché Viareggio si è sviluppata intorno alla sua foce - tanto che anche la Torre Matilde, il monumento più antico del luogo, era sorta lungo il suo corso e a sua difesa - ma anche perché ha sempre rappresentato un punto di separazione, fisica e reale, tra le due parti, o meglio i due volti di Viareggio: l'uno proletario e industriale, l'altro borghese e turistico, permettendo la crescita e l'affermazione di entrambe le sue anime senza che mai, nel tempo e pur essendo l'una non più distante di qualche decina di metri dall'altra, giusto la larghezza del canale, fosse questa di un qualche pregiudizio od ostacolo all'altra.

Come in un certo modo anche rappresenta Uberto Bonetti nel 1930 disegnando il manifesto che l'anno successivo accompagnerà i carri di carnevale: Burlamacco e Ondina, le due maschere del carnevale, l'uno sul molo di darsena, dalla parte dei cantieri e delle darsene, popolare e burlesco, e l'altra sul molo di passeggiata, dalla parte degli stabilimenti balneari, frivola e mondana, che sul canale, percorrendo ognuno i rispettivi moli, avanzano in letizia e concordia stringendosi per mano.
Diversità ancora oggi avvertibile, tanto che il passaggio da una zona all'altra, attraverso la slanciata e aerea passerella mobile che le unisce alzandosi sopra il canale Burlamacca in prossimità della spiaggia, quasi assomiglia ad un volo, tra paesaggi distanti, che non un semplice spostamento in uno stesso ambiente. E basti pensare alle differenze di clima in cui si passeggia sul piccolo molo della “Madonnina”, nel chiaroscuro riservato e introspettivo, rispetto all'altro della “Passeggiata”, luminio festoso e vociante. 
Con un segno / della mano additavi all'altra sponda / invisibile la tua patria vera” a volte ci si può ritrovare a pensare, andando con la mente a questi versi di Eugenio Montale, tratti da una sua celebre poesia, Dora Markus. Dal luminoso frastuono guardando alla quieta penombra stesa all'altro lato del canale, sotto la bianca sagoma della piccola statua della Madonna.

Arturo Lini - Tratto da Il pontile di Lido di Camaiore, edizioni Caleidoscopio, Massarosa (LU), 2009

martedì 8 marzo 2016

Itinerari fotografici versiliesi

Parlare della straordinaria fioritura e vitalità di ingegni ed estri artistici che popolano il territorio versiliese, di questo figli naturali o adottati, è discorso già ampiamente accettato e storicizzato, qualcosa che nell'aria sempre affiora quando si guarda a questa comunità, alle sue particolarità e caratteristiche, al centro di luci e attenzioni già all'inizio della stessa epoca moderna, come ha sottolineato una mostra allestita nell'estate 1999 nella villa La Versiliana a Marina di Pietrasanta, dal titolo: "D'Annunzio e la scoperta della Versilia", dove Cesare Garboli ricostruiva l'ambiente e l'atmosfera versiliese vissuta dal poeta abruzzese tra gli ultimi anni dell'Ottocento e il primo decennio del Novecento, individuando nelle stesse pagine dell'Alcyone la trasformazione della Versilia in luogo mitico, nei suoi aspetti fantastici ma anche semplici e quotidiani.
Alla nascita del mito certo ha giovato anche la presenza di Giacomo Puccini che giusto nello stesso periodo veniva a vivere sulle sponde del lago di Massaciuccoli, con le sue melodie, i pittori che intorno a lui si strinsero nel Club della Bohème, che già fanno parte della storia come della leggenda di questa terra.
Terra che oltre gli immediati beni di consumo, quali le spiagge marine con i loro insediamenti turistici, offre oggi uno straordinario campionario di tesori architettonici e artistici, di stratificazioni storiche e ambientali, delle quali è buon esempio questa parte sud del territorio versiliese identificabile nel Comune di Masssarosa del quale Bargecchia è parte. Tesori che spesso sfuggono a una prima visita, nell'ampio catalogo che la Versilia può offrire, ma che pure hanno un loro spessore e valore che travalica i confini e i metri della territorialità: e tra questi mi è semplice citare i due polittici di epoca rinascimentale, due pale di altare del XV e XVI secolo, qui a Bargecchia custoditi nella chiesa di San Martino.

Perché io credo che la bellezza si respiri, e l'esserne circondato conferisca già un abito mentale, un metro di valutazione delle cose, che dona grazia e armonia alle proprie espressioni artistiche, quando queste ci fanno il dono di apparire in fondo all'animo. Qualcosa che ci si ritrova naturalmente fra le mani, che poi il tempo, la passione, il rispetto di quella prima vocazione possono ampliare fino a risultati eccelsi, eccezionali nel proprio specifico ambito, come già è testimone questa angolo di terra: quasi un borgo steso sulle colline eppure capace di offrire al mondo intero talenti e personalità in quello apprezzate e conosciute.
E forse Bargecchia ben si presta, nella sua particolarità geografica, a farsi emblema di questa commistione che racchiude la bellezza della Versilia: visitata dai riflessi e sapori marini, quando dal mare s'alzano a percorrere queste colline, così come dai venti di nord-est che scendono a volte dalle cime delle Apuane con il loro sapore di pascoli o di innevate cime.
La nostra mostra fotografica chiama a raccolta dieci fotografi, noti e apprezzati in questa loro professione, invitati a esprimersi su ambienti e culture di questo territorio, per sottolinearne alcuni suoi aspetti, o usandolo come terreno o ispirazione del proprio discorso e bagaglio artistico. Discorso artistico al quale cercherò, con queste mie parole, di offrire una pur minima cornice capace di accennare a quel mondo da cui sono tratte le loro immagini.

Emiro Albiani - Ammirato nel mondo intero per la capacità creativa e la maestria delle proprie esecuzioni l'artigianato italiano conserva ancora oggi un tratto distintivo: incontro di laboriosità e sapienze antiche e rurali, se non con la creatività propria di questa terra, con quell'arte di arrangiarci, che è espressione e sunto di tante virtù.
Anche la gastronomia è parte di questo mondo. Arte lieve e leggera, che per altre vie ci conduce alla semplicità del vivere, ai suoi fondamentali dettami. Il poeta Antonio Porta, scomparso a Roma nel 1989, in una sua celebre apparizione televisiva dove si esibiva in una lettura di poesie organizzò questa sua performance in un forno: lui vestito di nero davanti al leggio su cui posavano le poesie, mentre alle spalle il fornaio, nel bianco indumento, s'accudiva al proprio delicato lavoro, entrambi, in quella comune scena, attenti a sottolineare le semplici architetture, verbali o alimentari, del vivere. Nelle foto di Emiro Albiani questa antica sapienza artigianale torna a mostrarsi nella sua naturalezza, quasi che le braccia e le mani vivano slegate dal corpo e dalla sua intenzionalità, andando a ripetere gesti e azioni che appartengono più alla memoria del sangue, e delle generazioni che lo hanno composto, che non a quella della mente o dell'io.

Belli Renzo - sembra aver trovato nel volto umano un proprio personale mappamondo, non solo in questa breve panoramica collinare, che può anche essere letta come un riassunto, o meglio un accenno, della sua produzione artistica, ma per un certo suo metodo e abitudine di avvicinarsi all'oggetto fotografato.
Anche se l'origine di molti dei suoi reportàges prende avvio da viaggi intrapresi per il mondo intero, successivamente oggetto di stampe e volumi, in questo suo attuale appuntamento l'obbiettivo guarda alle strade e gli angoli di questa nostra terra. Sono volti che immaginiamo colti nella loro quotidianeità e spontaneità, che poi, grazie alla fotografia, sembrano bucare il velo dei giorni, dell'anonimato in cui scorrono e si ripetono i gesti. Indossano così, nel bianco e nero fotografico, l'abito della straordinarietà, diventando paladini e indice degli umani accadimenti.
I volti, i gesti, che accompagnano gli atti dei suoi personaggi, hanno una sorta di fierezza, emanano il sapore dell'ottimismo, di chi conosce nel lavoro e nella qualità del proprio fare una sorta di forza che possa muovere e cambiare in meglio il mondo. Sono eroi e personaggi positivi, leve del mondo, che noi vogliamo anche interpretare come un omaggio a questa laboriosa e intraprendente terra.

Cei Enzo - Le cave di marmo di Carrara rappresentano un momento centrale nell'ambito della produzione artistica di Enzo Cei, tanto da essere definito, in qualche pagina di critica fotografica, il fotografo dei cavatori e di essere autore di pregiate edizioni dedicate ai cavatori di marmo. Per introdurci all'ambiente scelto dal fotografo pisano, quale teatro delle sue immagini, userò queste parole di Riccardo Bacchelli, tratte dai suoi ricordi dei tempi di vacanza trascorsi a Forte dei Marmi: "Dalla parte di terra, la spianata era aperta sui campi e sopra ampia veduta dell'alpe da cui provenivano i marmi e quella strada, che la tradizione voleva aperta da Michelangelo Buonarrotti per carreggiarvi al mare i marmi da servire alla sepoltura di papa Giulio" e già in questi nomi possiamo cogliere la fama delle bianche pareti delle Alpi Apuane, rimasta immutata dal tempo in cui il divin scultore personalmente andava a scegliersi i marmi per le proprie opere, cercando poi di tracciarne le rotte per il faticoso trasporto nella città fiorentina.
In Cei è il bianco, la purezza del colore rivissuta nella sua piena naturalezza, a dettare il racconto; il tessuto delle luci che sottolineano la possenza dello sforzo umano, i loro atti congelati in pose, quasi maschere di antiche tragedie greche: umanissimi attori imbellettati della bianca polvere, sulla scena di un gigantesco olimpico teatro, di cui siano spettatori anche gli dei.

Cerri Giancarlo - Vista dal cielo, da qualche perduto astro o satellite, la spiaggia versiliese, con i suoi pontili e moli, può forse apparire come uno scarno pettine, a cui si lisciano infrangendosi nei suoi radi denti le onde del mare. Le foto di Cerri ci portano sul pontile di Lido di Camaiore, insieme a quello di Marina di Pietrasanta ultimo venuto in questa particolare e suggestiva storia versiliese, mostrandocelo ora nella sinuosità delle sue forme a cui si sposa la rigida solidità dei pali di sostegno. Quasi in quella promenade, a cui la foto ci invita, sembra di percorrere un luogo sacrale, separato dal mondo di tutti i giorni attraverso il magico percorso di un pontile steso dal viale a mare della cittadina fino alla vista dell'orizzonte, con la fluidità dell'acqua che fa contrappeso alla pesantezza della terra, per trasformarla in un'aerea leggerezza di vapori e di brezze. Fino alla rotonda finale, l'ossatura di travi, enorme scheletro che sostiene la grande veranda in legno, con quell'impressione di fasto coloniale, e la memoria che ci riporta alla mente i primi stabilimenti balneari, il Nereo, il Dori di Viareggio, che si spingevano sopra l'acqua del mare sostenuti da palafitte in legno.

Cirri Giancarlo - Ci trasporta al centro di un arenile le cui spiagge e luoghi sono state celebrate da artisti e da uomini di stato, da poeti e letterati: da Viareggio a Forte dei Marmi, da Marina di Pietrasanta a Torre del Lago Puccini, oltre le quali continuano le pinete, le campagne, paesi e colline ricche di tradizioni culturali antiche quanto l'uomo, pievi romaniche con i colli dei campanili che sbucano dal manto verdeargento, ville storiche con le loro memorie di re e regine che le visitarono, e infine le montagne Apuane che sembrano fare un recinto e protezione a questo patrimonio.
Un omaggio alla Versilia espresso attraverso immagini che sono quasi simbolo di questa terra, perlomeno dei suoi più ricorrenti segni e icone turistiche: il gabbiano, il pescatore, un remo che sfiora l'acqua, un aliante sopra quello sospeso. Nelle foto di Cirri c'è però un altro elemento che queste poche righe ci permettono solo di accennare: lo spazio, nel quale la fluidità dei corpi, il battito delle ali, lo spostarsi degli elementi sembrano quasi dettati da universali partiture a rappresentare non se stessi ma quell'enorme vuoto che rende possibile il loro muoversi, il loro stesso esistere.

Gori Carlo - Albero della civiltà, è stato definito l'ulivo, la cui presenza subito definisce i confini dell'area mediterranea. Importato dalla Grecia viene all'inizio coltivato in Sicilia. Successivamente la sua produzione si espande in altre regioni italiane, tra le quali l'Etruria, dove la produzione dell'olio è documentata già dal VI secolo a.C. Nelle colline versiliesi la sua coltivazione e commercializzazione è presente già nell'alto Medioevo, per merito di diversi ordini monastici, quando insieme a quella della vite rappresentava una delle principali produzioni agricole. Nella nostra zona massarosese, l'inizio della sua cultura, in zone prima ricoperte da boschi di querce e lecci, è fatta coincidere con la fondazione di un convento di Benedettini avvenuta a Quiesa nel 1025. Le foto di Carlo Gori ci accompagnano alla Colombaia, in Piano del Quercione, in un frantoio adesso chiuso, dove la frangitura delle olive seguiva un percorso ancora artigianale, manuale, come vogliono indicare le mani raccolte intorno ai preziosi frutti. In effetti, paragonando questo ai moderni frantoi, si respira nelle foto lo svolgersi cerimoniale dell'evento, quell'aria di silenzio, quasi claustrale, dove Gori compie una specie di sinestesia dove la raffigurazione dello spazio di un ambiente riesce a richiamare qualcosa, il silenzio che lo abitava, la cui percezione apparterrebbe a un altro senso.

Alessandro Lazzerini - Industria di punta, questa della cantieristica viareggina, degna di primeggiare nel mondo intero, per soluzioni e tecnologie d'avanguardia capaci di affrontare il futuro, ma a noi tanto vicina e cara anche per tutt'altro sentiero che viene da un passato popolato dai ricordi di Lorenzo Viani, nato a Viareggio nel 1882, in quella parte della marina viareggina, la Vecchia Darsena, dove erano sorti, e ancora all'epoca sorgevano a ritmo vertiginoso, gli scali e i primi cantieri navali, popolati di maestri d'ascia e di calafati, fabbri, carpentieri, segantini, funai e velai; industria favorita dalla presenza di estese pinete, situate immediatamente alle spalle della costa.
Il mondo che oggi Lazzerini ci presenta è indubbiamente diverso, mutato, ma i volti che armeggiano con strumenti e materiali assai più moderni di quelli di ieri hanno la stessa solidità, nelle braccia e gesti che sembrano assecondarli, di quelli rinvenibili nei disegni del maestro viareggino e di altri pittori versiliesi, cantori con i loro colori di quel mondo. Volti e atti, ora nelle fotografie di Lazzerini, guidati dalla stessa maestria, che è anche onestà e ordine morale, sottolineata nei gesti attenti e misurati.

Giovanni Nardini - L'alchemico mondo delle botteghe dei fonditori è invece presentato da Giovanni Nardini, attraverso le sue foto dove l'intento documentaristico s'accompagna ai tagli netti delle luci, dei piani, che ben sottolineano il pathos che circonda le diverse operazioni, quella sorta di cerimonia religiosa o sacrale che ha come proprio fine lo sbocciare della forma nuova. Le fonderie sono quelle di Pietrasanta, conosciute e frequentate dai più importanti scultori italiani e stranieri, al pari dei laboratori artigianali del marmo, attività di grande professionalità che rendono famosa la cittadina versiliese nel mondo.
A questo mondo Nardini ha dedicato un libro, tra i diversi suoi pubblicati che spesso affrontano e si soffermano su attività lavorative dell'uomo. Ma guardando adesso a queste foto, esposte in questa mostra, ritrovo in esse qualcosa che ricorda l'impianto pittorico del Caravaggio, ispiratore peraltro di alcune scenografie e regie cinematografiche. Quell'insistenza sui tagli d'una luce netta che separa la scena in due distinti campi: chiaro e scuro, quasi primordiali simbologie d'una qualche dualità che abita la scena se non l'animo dei suoi protagonisti; quell'irrompere dal vano d'una finestra di una luce che sembra appartenere ad altre orbite alle quali l'uomo ugualmente partecipa, consapevole o meno.

Amerigo Pelosini - Presenta foto dedicate all'ambiente lacustre del lago di Massaciuccoli, e al suo eccezionale habitat, parte di una delle più importanti zone umide del bacino mediterraneo, inclusa nelle Aree umide italiane di importanza internazionale, e tra le Zone a protezione speciale nonché tra i Siti di importanza regionale relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali della flora e della fauna selvatica. Temi e paesaggi più volte percorsi nei suoi itinerari fotografici ed editoriali, fino alla minuziosa indagine di qualche elemento incontrato nelle sue passeggiate: un vecchio tronco di albero la cui superficie diventa mappa di infinite costellazioni; oppure la grazia di un'esile cannella che sembra scrivere la propria storia sulla verde mobile pagina del lago.
Dove seguendo una predisposizione, una vocazione tutta interiore, ravvisabile, seppur a volte in maniera embrionale, in tutta la sua opera fotografica, anche in quella di più stretta osservanza del dato paesaggistico, riesce sempre a cogliere nelle scene qualcosa che travalica la loro mera rappresentazione: mostrandoci l'ambiente naturale come scena autonoma, con tutte le sue terrestri bellezze e suggestioni, e ugualmente luogo e simbolo di un più vasto respiro e ordito.

Sacchetti Enrico - Con Sacchetti entriamo in uno degli ultimi paradisi terrestri, capaci ancora oggi di conservare la loro primitiva disposizione e conformazione ambientale: quasi immutata nella costa tra Torre del Lago e la foce del fiume Arno. Area salvaguardata in epoche passate dalla persistenza della malaria che rendeva inabitabile la zona, nonché dalla presenza di terreni di proprietà della famiglia fiorentina dei Medici e da questa destinati a riserva di caccia. Successivamente furono i granduchi di Toscana a conservarne questa destinazione, infine i Savoia, divenuti re d'Italia, scelsero questo luogo come sede di vacanza, destinazione poi trasferita alla presidenza della repubblica italiana. A partire dal 1979, l'area è infine diventata parte del parco regionale di Migliarino San Rossore Massaciuccoli.
Sacchetti ha ben corrisposto questa natura del suo 'soggetto' quasi dando nelle sue foto una fisica consistenza alla caparbia tenacia degli elementi riusciti a sopravvivere alle trame delle civiltà e all'asprezza dell'ambiente, quasi come esseri umani attaccati alla proprie profonde radici. E conoscendolo personalmente devo dire che in queste foto riconosco una certa parte del suo carattere: scabro, schietto, abitato da una certa resistenza al tempo e ai suoi dettami.

Arturo Lini, giugno 2011 - Itinerari fotografici versiliesi: dalle cime delle Apuane alla foce del Serchio, testo in catalogo alla mostra Bargecchia terra di Versilia, Bargecchia (LU), stampa Grafiche Aurora, Viareggio, luglio 2011